Dal secondo incontro di Casa d’altri: Nove racconti di J.D. Salinger

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Dal secondo incontro di Casa d'altri: Nove racconti di J.D. Salinger

 

di Giorgio Moretti

– Be’, – disse, – lo sai come vanno queste cose, Sybil. Ero là seduto che stavo suonando. E tu chissà dov’eri, in quel momento. E Sharon Lipschutz è venuta lì e a un certo punto si è messa a sedere vicino a me. Non potevo mica spingerla via, ti pare?
– Sì che potevi.
– Oh no. No. Non potevo fare una cosa simile, – disse il giovanotto. – Ma sai cosa ho fatto, invece?
– Cosa?
– Ho fatto finta che fossi tu.

Un giorno ideale per i pescibanana | Nove racconti, J.D. Salinger

Il secondo incontro con Casa d’altri, coordinato da Luca Briasco, ha proposto come luogo di letture o riletture la raccolta di Salinger Nove racconti.

Uscito nel 1953, in seguito all’enorme successo de Il giovane Holden, la raccolta è disposta in ordine cronologico e parte da alcuni testi scritti prima del suo romanzo di esordio, aprendo con Un giorno ideale per i pescibanana scritto nel 1948, per chiudersi con un racconto del 1953, Teddy.      

Nonostante l’eterogeneità delle storie, l’elemento comune più evidente è la ricercata verbosità dei personaggi, i quali si lanciano in lunghi dialoghi, o piuttosto monologhi mascherati da dialogo, che non toccano mai direttamente il punto. I racconti sono attraversati da personaggi nevrotici, o sull’orlo di una crisi, ancora abbastanza funzionali da poter intrecciare rapporti umani che, però, si svuotano dell’aspetto comunicativo per lasciare soltanto un parlarsi addosso l’uno con l’altro che appare inconcludente e sconnesso.

Gli ambienti rappresentati nella raccolta sono perlopiù borghesi, mentre i protagonisti che si muovono su questo sfondo sono spesso colpiti da traumi dei quali non riescono a parlare, pur non restando mai in silenzio. Tra questi aleggia soprattutto il trauma della guerra, sempre accennato, ma che non riesce mai a tradursi in una catarsi, resta impigliato tra i continui non detti a cui nessuno sembra fare caso.

In particolare Lo zio Wiggily nel Connecticut rappresenta il genere di dialoghi di cui Salinger è capace. Un racconto di soli personaggi femminili intrecciati tra loro da un lungo dialogo sconclusionato e offuscato dall’alcol. Tra questi, una bambina lasciata a giocare con il proprio amico immaginario per non disturbare la conversazione. Lo strumento di Salinger per mostrare l’incapacità comunicativa anche nel rapporto madre-figlia, ma soprattutto per accusare gli adulti di indurre le nevrosi nella vita spontaneamente aperta di una bambina.

Nove racconti contiene una simmetria evidente basata sul rapporto con i bambini: tra Un giorno ideale per i pescibanana e Teddy si può notare un gioco di pesi e contrappesi che mostra le strade possibili quando la vita non si è ancora macchiata di traumi inconfessabili. Sybil, spensierata e bambinesca come le è proprio vista l’età, sembra distante un numero imprecisato di vite e reincarnazioni da Teddy, serio e distaccato dalle cose del mondo reale come un asceta.

Un’altra simmetria ravvisabile nel testo riguarda i finali: aperti per necessità stilistica sebbene non sempre riusciti alla perfezione, Pescibanana e Teddy chiudono rispettivamente con uno sparo e con un urlo che presagisce una morte annunciata, costringendoci a immaginare il resto. Particolarmente degno di nota in Bella bocca e occhi miei verdi, il finale aperto si intreccia con la nevrosi, sempre sul punto di sconfinare in psicosi manifesta. Il lungo monologo di Arthur, inframezzato occasionalmente dai deboli tentativi di rispondere di un anonimo uomo con i capelli grigi, sembra un’altrettanto lunga discesa nella psicosi culminante nell’arrivo – forse immaginario, forse no – di sua moglie, sospettata di essere infedele. L’apertura del finale ci impedisce di capire se la donna con l’uomo dai capelli bianchi sia davvero la moglie di Arthur, se si tratta di un’allucinazione o se invece davvero sua moglie è rientrata in casa dopo una notte di follie.

Durante le discussioni sul finale di Bella bocca e occhi miei verdi molto interessante è stato il parallelo con un racconto di Hemingway, La breve vita felice di Francis Macomber. In entrambe le storie il finale si snoda attorno a due personaggi, tra i quali si instaura una dinamica di profonda incomprensione. Entrambi in un simile stato di shock, nel primo caso da parte dell’uomo dai capelli grigi, spaventato per la possibile manifestazione di una psicosi da parte dell’amico al telefono, e nel secondo della signora Macomber, terrorizzata dall’aver appena ferito mortalmente suo marito; la reazione che ricevono dai loro comprimari prende la forma di una spietata ammirazione, che in un’ultima analisi è incomunicabilità. La preghiera rivolta al grande cacciatore da parte della signora Macomber, l’ordine stizzito a starsene ferma che l’uomo dai capelli grigi dà a quella che sospettiamo essere la moglie dell’amico, sono due esempi di comunicazione che manca il colpo, di frustrazione che diventa rinuncia a spiegarsi.

Accomunati dalla capacità straordinaria di costruire finali dai confini labili, predisposti a diverse interpretazioni, differiscono però nel diverso modo di rappresentare il non detto. Mentre Hemingway nasconde spesso nella natura introversa dei suoi personaggi, Salinger nasconde in piena luce sommergendo il trauma in una verbosità straripante e, come fine ultimo, mistificante.

Mettendo a confronto le opere di Salinger quest’ultimo emerge come maestro della storia breve, ancor più che come romanziere, pertanto nel gruppo di lettura Nove racconti raggiunge l’unanimità dei consensi come capolavoro di riferimento per avvicinarsi all’autore.

Una scoperta, o per altri riscoperta, guidata da Luca Briasco e arricchita da spunti di conversazione in merito alla traduzione, agli autori più prossimi a Salinger come Fitzgerald, alla peculiare letteratura fiorita intorno alle pubblicazioni sulle riviste dedicate esclusivamente ai racconti, così tipica della cultura americana.

La quantità di riferimenti collaterali rimasti insoluti spinge ancora di più a riconsiderare questo testo non più corredo dell’opera maggiore, ma vero apice narrativo nella carriera di un autore di cui presto dovremo riconsiderare l’intera opera. In seguito alla conferma del figlio Matt Salinger in un’intervista rilasciata al Guardian, sappiamo ora che esiste un numero imprecisato di opere scritte durante i cinquanta anni tra l’ultimo testo pubblicato sul New Yorker e la morte del padre nel 2010. Queste opere, attualmente in corso di sistemazione, avranno bisogno secondo Matt Salinger di almeno dieci anni di lavoro prima di poter essere pubblicate, stravolgendo probabilmente l’idea cristallizzata su questo autore. Resta però la certezza che anche allora la forza viva dei racconti di Salinger tornerà a essere un punto di riferimento per capacità espressiva e assoluta lucidità nell’inquadrare le nevrosi sotterranee a ogni rapporto umano, tratti distintivi di un grande genio letterario.

 

Giorgio Moretti, laureato in filosofia del linguaggio e geopolitica economica, è sceneggiatore e insegna sceneggiatura per cinema e tv alla Scuola Internazionale di Comics. Ha frequentato il laboratorio di traduzione di minimum lab.

Casa d’altri è una rubrica di minimum fax in cui scrittori e librai raccontano i libri di altre case editrici; da giugno è anche un gruppo di lettura: editor e scrittori guidano alla lettura di grandi classici. Il prossimo appuntamento sarà a ottobre con Alessandro Gazoia, il libro di cui si parlerà è Austerlitz di W.G. Sebald.

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