Farla finita, un racconto di Anita Renchifiori

Anita Renchifiori è nata in Italia ma vive da tempo all’estero. Ha sempre voluto scrivere, anche se per un lungo periodo non ha scritto niente.
Le piace ascoltare le persone e provare a capirle. Quando ci riesce, è una cosa bellissima. Le piacciono anche i gatti e l’acqua.
Finora, ha scritto solo racconti, alcuni dei quali sono apparsi su
‘tina, inutile, l’inquieto. Un suo racconto che parla di una pianta benefica è stato incluso nell’antologia Hortus mirabilis, per Moscabianca edizioni.
Sta lavorando a (spera) il suo primo romanzo.
È anche un po’ timida, per questo la sua bio è così corta.

Questo racconto è uno di quelli su cui abbiamo lavorato nel modulo di riscrittura e editing del
laboratorio di narrativa con Carola Susani.

Farla finita

What do you want from me?
Why don’t you run from me?
What are you wondering?
What do you know?
Why aren’t you scared of me?
Why do you care for me?
When we all fall asleep, where do we go?


Billie Eilish, Bury your friend


“Hai di nuovo il ferro basso”, disse il Dottor Magri a Camilla, che gli sedeva di fronte con la borsa premuta contro al torace e le mani aggrappate alla tracolla.

“E soprattutto”, continuò, “credo tu sia esaurita.”

“Ma no”, scappò detto a Camilla, più per paura che per convinzione.

“Scusa?”, il dottore si spinse gli occhiali sul naso.

Camilla non voleva contraddirlo. Era il suo medico da quando era nata e le era sempre stato simpatico.

“Voglio dire, l’ha detto lei del ferro…sarà quello…”

“Te la fai tu la diagnosi?”

“No, è che non mi sembra… un esaurimento di che tipo?”

Il dottore si alzò e venne dalla sua parte della scrivania.

Si mise di fronte a lei, appoggiando la parte bassa della schiena al bordo del tavolo. “Del tipo in cui ci si riposa. Che ne dici?”

Camilla pensò subito a cosa avrebbe detto sua madre quando l’avesse saputo, poi si ricordò che era improbabile che lo venisse a sapere, e questo la fece sentire peggio.

“Non credo di potere”, disse alla fine, mentre il dottore si chinava verso di lei e le abbassava le palpebre inferiori.

Il medico sospirò. “Sì, lo immaginavo.” Le guardò nelle pupille.

Lei sperò che almeno quelle fossero a posto.

“Ok”, le disse soltanto, “Siediti sul lettino e tirati su la maglia, che sentiamo il torace.”

Lo stetoscopio era freddo.

“Respira. Ho sentito che cerchi un inquilino?”

“Ce l’ho”, rispose Camilla. Espirò e finì la frase. “Di già.”

Il dottor Magri la guardò, incuriosito.

Era stata sua zia Olga, quando era passata a trovarla, a darle l’idea. Mentre la salutava, sul pianerottolo, aveva detto, “Certo se riuscissi ad affittare la stanza in più, come la mia Livia, è vero che lei è giovane, mentre alla tua età non è facile andare d’accordo…”

Appena se ne era andata, lei aveva messo l’annuncio su internet.

Fece un altro respiro. “Non è stato così difficile.”

“Beh, almeno avrai un po’ di compagnia.” Il dottore si risedette alla scrivania. “Queste comunque me le prendi”, disse allungandole un foglio. “Sono vitamine. Per il ferro torna domani e facciamo un’iniezione.”

“Ok”

Schiacciò il pulsantino in cima alla biro. “È un tipo a posto, almeno?”

Camilla pensò che Melissa era tutto tranne che a posto. La prima cosa che le aveva chiesto era: “Ce l’hai un uomo?” Poi, in tono neutro, aveva aggiunto che la tizia da cui stava prima l’aveva sbattuta fuori perché era andata a letto col suo fidanzato.

“Non direi”, rispose Camilla, “ma sembra innocua.”

Il medico annuì. “Adesso vai a casa e riposati. Ci vai sempre tutti i giorni in ospedale?”

“Se riesco.”

Le borse della spesa le pesavano sulle braccia. Con un piede, spinse la porta dietro di sé, cercando di fare piano: Melissa in casa non badava quasi a nulla, ma se appena sentiva una porta sbattere saltava su come se le avessero sparato.

Camilla la vide attraverso il vetro: era seduta in balcone, con i piedi sul tavolino di vimini. Se la immaginò che si dava lo smalto sulle unghie, e intanto cazzeggiava su Instagram. Non che, da quando era venuta a stare da lei, quasi tre settimane prima, l’avesse vista fare molto altro.

Sentendo scorrere la porta finestra, Melissa si girò, agitando la boccettina rossa vicino all’orecchio.

“Eccoti”, fece Melissa. Stese una gamba verso l’alto, e girò il piede finito prima da una parte e poi dall’altra, controllando il risultato. Come faceva ad avere quelle gambe toniche, si chiedeva sempre Camilla: sembrava una che passava notte e giorno sulla cyclette, quando anche per fare un piano di scale ne diceva di ogni.

Si sedette sulla sdraio di fianco a lei. Sul tavolino, l’Ipad era acceso. Ragazzine in body luccicanti che saltavano e facevano acrobazie. Ginnastica, forse? Riuscì a sentire “errore clamoroso”.

“Chi è che ha sbagliato?”, chiese a Melissa, che aveva attaccato con l’altro piede.

“Niente… un’americana”, le rispose.

“Perché?”

“È uscita di pedana.”

“È grave?”

Melissa mosse appena la testa, poi mise in pausa e chiuse l’Ipad.

“Non lo stavi ascoltando?”

“No. Andavo a caso”. Si chinò e soffiò sulle unghie dei piedi. “Vuoi che le faccia anche a te?”, chiese a Camilla. “Che colore ti piace?”

“No, grazie.”

“Mamma mia, entusiasmo saltami addosso. Che ti ha dato quel tuo dottore?”

“Vitamine.”

Solo?”

Melissa prendeva, ufficialmente, delle compresse contro gli attacchi di panico, e, non ufficialmente, una serie di pastiglie di cui non si capiva bene né l’indicazione né la provenienza.

“Domani però faccio un’iniezione di ferro”, disse Camilla, a cui un po’ scocciava che i suoi disturbi finissero per essere liquidati come una cosa da poco.

“Lo sapevo!”, gridò Melissa. “Per questo non ti reggi in piedi.”

Sempre gentile questa, pensò Camilla, e chiuse gli occhi. “Come è andato il babysitting?”, le chiese dopo un attimo.

Da qualche settimana Melissa teneva i bambini della signora Carli, la fiorista. All’inizio aveva detto di no, poi, quando Camilla aveva alluso al fatto che erano gemelli, di punto in bianco aveva cambiato idea.

“Oh, sono terribili. Oggi volevano affogarsi nella piscina. C’è mancato un pelo, solo che avevano i braccioli.”

“Sembri delusa.”

Melissa cominciò a rimettere gli smalti nel beauty, facendo tintinnare le boccettine. Camilla aprì gli occhi. Sulla schiena, la maglietta di Melissa diceva “Eat my bones.” Davvero non aveva idea di dove andasse a prenderle. Forse se le faceva lei.

“Ci sei andata vestita così dai gemelli?”

“Così? No, ho messo direttamente quello”, le rispose Melissa, e puntò il dito verso lo stendibiancheria. “Si schiattava già dal caldo ed ero in bici.”

Camilla guardò il due pezzi gocciolante. “Oddio.”

Melissa si infilò gli infradito. “Porto fuori Samantha. Così fa un po’ di esercizio.”

Camilla annuì. Samantha. Che razza di nome per un coniglio, aveva pensato all’inizio. Ma poi Melissa le aveva detto: “Guarda come fa col naso. Non è uguale a Samantha… quella di quel telefilm vecchio… Vita da Strega?”

Camilla, che non era sicura che vecchio per Melissa fosse anche vecchio per lei, aveva dovuto pensarci un attimo, e poi le era venuto in mente. Era vero, aveva ammesso: assomigliava a quella strega che faceva sparire la gente muovendo il naso.

“Tu resti lì?”, le chiese Melissa alzandosi.

“Tu che ne dici?”, fece Camilla. A volte quella ragazza era proprio snervante. Lasciò che gli occhi le si chiudessero. L’esaurimento, pensò, doveva essere questo: le palpebre che si abbassano piano piano, come se qualcuno tirasse la cerniera, tu che ti senti pesante e ti trascini ovunque e quando ti fermi sei proprio sicuro che le tue gambe non si muoveranno mai più.

Quando fu sicura che Melissa era uscita, prese il telefono dalla borsa.

“Buongiorno”, disse. Per fortuna aveva risposto Mara, l’infermiera che le piaceva, non quell’arpia che capitava ogni tanto. “mi scusi, volevo sapere se c’erano novità?”

“No cara, ma è tutto sotto controllo, puoi stare tranquilla”, le rispose l’infermiera.

“Sì, lo so. Grazie. Può dirle comunque che passo domani?”

“Ma certo.”

Quando si svegliò, Camilla trovò la faccia di Melissa a dieci centimetri dalla sua, che la osservava.

“Sei pazza? Mi hai spaventato!”

Melissa sollevò appena le sopracciglia. “Io sono arrivata normale, sei tu che dormivi.”

“Appunto!”

“Beh, dovevo controllare. Sembravi morta.” Melissa tirò su una gamba e la fece roteare dall’altra parte del parapetto, mettendosi a cavalcioni sul bordo. Il vuoto sotto, diceva, l’aiutava a concentrarsi.

“Allora, che c’è?”, le chiese Camilla, cercando di raddrizzare lo schienale della sdraio. Si era incastrato e la faceva pendere da una parte.

Melissa cominciò a dondolare la gamba.

“Com’ è la storia con tua madre?”

Camilla rimase immobile. Sentì i muscoli del petto contrarsi.

“In che senso?”

“La mamma dei gemelli mi ha detto deve essere dura tirare avanti, con quello che è successo a sua madre. Allora? Com’è?”

Era inutile tenerglielo nascosto. Era una città piccola, prima o poi sarebbe venuta a saperlo.

“Ha avuto un ictus, in gennaio. È in ospedale.”

“Cribbio!”

“Ma sta migliorando.”

Melissa smise di dondolare la gamba e la lasciò lì, che oscillava appena.

“Adesso ci si riprende da queste cose.” Abbassò gli occhi e sentì lo sguardo di Melissa fisso sulla sua nuca.

“Hmm…”, si limitò a risponderle.

Non aveva mai fatto un’iniezione di ferro, se l’era sempre cavata con le pastiglie. Sentì prima la puntura dell’ago, poi qualcosa, una cosa liquida che spingeva per entrarle nell’incavo del gomito. Sdraiata sul lettino, se la immaginò risalire dal braccio fino alla spalla, farle un giro intorno alla testa, proprio sotto all’attaccatura dei capelli e scendere di nuovo lungo la clavicola, come un contorno disegnato sottopelle. Le sembrò, quasi, che con lei ci fosse qualcuno.

Più tardi, prese la strada del centro. Il dottor Magri aveva detto che nel giro di un giorno o due si sarebbe sentita meglio, e a lei già sembrava di avere più energia. Le venne voglia di guardare per un vestito. Era un po’ ingrassata – lo stress, sicuramente – e quelli che aveva le stringevano tutti sul girovita. Le sarebbe andato bene un prendisole, uno di quelli che non segnavano tanto. Camminava sul marciapiedi quando, poco più avanti, all’altezza di un negozio che le piaceva, vide fermarsi una donna sottile, che spingeva una carrozzina. Si fermò anche lei. Guardò la donna passarsi una mano sui capelli e farli ricadere su un lato del collo, e allora la riconobbe: era Bea. Erano state amiche, al liceo, ma poi Camilla l’aveva persa di vista. Un paio d’anni prima, aveva messo un Like a una foto di classe che Bea aveva postato su Facebook, e lei in risposta le aveva mandato un PM: ehi come stai? ti va se ci vediamo?? mi farebbe piacere! Le minuscole l’avevano irritata. Le sembrava una mancanza di attenzione, o la leggerezza di qualcuno a cui andava tutto bene, e non si faceva neanche il problema di scrivere come si deve. Aveva lasciato passare il tempo, finché non le era sembrato davvero troppo tardi per risponderle.

Rimase ferma a guardarla. Bea allungò la mano nella carrozzina e la mosse piano. Allora se la immaginò che sistemava la copertina, o che faceva una carezza al bambino che si era appena svegliato. Quando finalmente riprese a camminare, Camilla fece lo stesso, tenendosi a distanza. Poi, senza sapere bene perché, attraversò la strada e si mise sull’altro marciapiede.

Arrivò all’incrocio proprio nel momento in cui un autobus accostava alla fermata. Cominciò a farsi strada in mezzo alla gente che scendeva e si raggrumava sul marciapiedi. Era quasi sicura di avercela fatta quando intravide sua zia Olga mettere giù il piede dallo scalino del bus. Si fermò immediatamente: la zia Olga era lenta, ma ci vedeva benissimo, e lei di essere vista non aveva nessuna voglia.

Tornò indietro fino alle strisce e attraversò la strada, quasi correndo e senza neanche aspettare il verde.

Dall’altra parte, si fermò di nuovo e mise una mano sul palo dell’attraversamento, proprio sopra il bottone per chiamare il semaforo. Ma che cavolo stai facendo?, si chiese.

Invece di una risposta, si trovò dentro un grande sconforto, così grande che aveva paura le uscisse dal corpo, e allora sì, che tutti se ne sarebbero accorti.

Arrivò a casa senza aver comprato nulla. Si sentiva vuota, ma era un vuoto strano, come se le avessero gonfiato il corpo con dell’aria, e quest’aria, all’interno, le togliesse spazio.

Melissa era seduta al tavolo del soggiorno, con la faccia scura. Faceva a pezzettini la carta di una bustina del tè.

“E tu che ci fai qui, non sei dai gemelli a quest’ora?”, le chiese. L’imprevedibilità di Melissa, che diceva di essere fuori e poi ripiombava in casa, in posti che una volta era stati di Camilla soltanto, la irritava.

“Ho finito”, le rispose lei, annoiata.

“Di già? Pensavo fosse per tutta l’estate…”

Melissa si concentrò sulla bustina. “Meglio così. Erano una lagna. L’hai fatto il ferro?”

“Sì.” Allungò le braccia sul tavolo e ci appoggiò la testa.

“Mamma, se l’effetto è questo, stai messa male.”

“Non c’entra il ferro. Volevo comprare delle cose, invece manco quello ho fatto.”

Melissa la guardò con gli occhi stretti. “Perché?”

“C’era una che conoscevo davanti al negozio di vestiti. E non mi andava di parlarle. Poi ho beccato mia zia.”

“E allora?”

Quando faceva l’Inquisizione, Camilla non la sopportava.

“Allora niente. Non volevo parlare neanche con lei.” Alzò le spalle. “Comunque, non è male se aspetto un po’. Adesso non ho la taglia giusta.”

Melissa trascinò i pezzettini di carta fino al bordo del tavolo e se li fece scivolare nel palmo della mano.

“Di giusto, per comprare, ci vogliono solo i soldi”, disse.

“E perché questa tizia non la volevi vedere, se è tua amica?”

“Non sono in forma.”

Melissa fece cadere rimasugli di carta nella tazza. “Su quello ci puoi giurare.”

Camilla si sentì offesa. “La fai facile, tu”, sbottò. “Hai vent’anni, non quaranta, sei bella, piaci agli uomini.”

“Tanto per cominciare, gli uomini devono piacere a te.”

“Cosa vorresti dire?”

“Beh, dormi con un martello sotto al letto.”

Per un attimo, Camilla non seppe cosa dire. “Io dormo come mi pare, se permetti.” Si girò andarsene poi tornò ad avvicinarsi al tavolo. “E comunque a te cosa importa?”

Melissa le piantò gli occhi in faccia. Poi spinse indietro la sedia e si alzò. “Vieni un secondo.” Prese Camilla per un braccio e la tirò verso il bagno. “La vedi quella?”

Camilla cercò di liberarsi, ma Melissa la tirò ancora più forte.

“Beh”, disse Melissa, lasciandole andare il braccio, “cerca di andarci d’accordo, perché devi passarci il resto della vita e nessuno ti darà il cambio.”

Poi la piantò lì e se ne andò in camera sua.

Più tardi, dopo aver lavato i piatti, Camilla prese il telefono.

“Ciao, mamma. Qui tutto ok Melissa mi dà ai nervi ogni tanto, ma non è così male. Non credo pensi molto a quello che dice, ma almeno ti dice sempre quello che pensa. Ogni tanto le gira brutto. E non dorme bene. Pensa che l’altra notte nel sonno si è messa a gridare “Il materasso. Non c’è il materasso!” Poi il giorno dopo ha negato tutto. Però, ecco, non mi dispiace avere qualcuno in casa. Ci vediamo presto. Buonanotte.”

Poi lo mandò per WhatsApp a Mara. Le aveva promesso di farglielo sentire prima di staccare.

Le rispose con un pollice alzato.

La mattina seguente, approfittando che non aveva lezione, andò al supermercato. Melissa le aveva chiesto delle ciliegie per Samantha, ma non ce n’erano, così provò a chiamarla. Siccome non rispondeva, e Camilla aveva il cestino che la impicciava, si mise a registrare un vocale.

“Melissa, ascolta, io qui non le vedo mica le ciliegie, mi dici un’altra frutta da conigli, o un’altra roba che mangia Samantha?” Rimise il telefono in tasca e prese una confezione di albicocche dallo scaffale.

“Mi scusi”, disse una voce dietro di lei. Melissa si voltò e vide un uomo, davanti agli avocado, che la guardava. “Mi scusi”, ripeté, “buongiorno, anzi.” Fece un passo verso di lei. “Ho sentito per caso… Lei è un’amica di Melissa?”

Camilla mise le albicocche nel cestino e indietreggiò appena.

“No, guardi, non si allarmi. Non volevo intromettermi. Sono il suo allenatore.”

Camilla lo guardò in silenzio. Portava una tuta da ginnastica, di quelle vecchio modello, con l’elastico alla caviglia, e aveva in mano un avocado. Si sentì più sorpresa che spaventata.

“Sono settimane che la cerco ma sembra sparita…poi l’ho sentita dire del coniglio nano, e ho detto magari è lei…”, continuò.

“Non è nano. È solo piccolo”, lo interruppe Camilla, e se ne pentì subito.

“Sì, scusi.” Senza guardare, posò l’avocado, che subito rotolò giù dalla cassetta e finì per terra. Non ci fece caso. Aveva aperto il marsupio e stava cercando qualcosa.

“Io devo andare, mi scusi”, gli disse in fretta Camilla.

Quando si girò per allontanarsi, l’uomo la trattenne per il cestino. “Aspetti un attimo solo.”

Fu costretta a voltarsi e lui le allungò quello che sembrava biglietto da visita.

“Prenda questo almeno. C’è il nome della palestra, vede” Inclinò appena il biglietto verso di lei. “Atena Gymnica.” Camilla lo guardò, e pensò che voleva andarsene.

“Ha smesso di allenarsi. Per favore… le dica di chiamarmi. È importante.”

Senza pensarci, prese il biglietto. Sbagliato! Così gli dava soltanto corda.

“Senta, io non devo fare proprio niente. Neanche la conosco.” Mollò il cestino con le albicocche sul pavimento e si allontanò verso l’uscita, più in fretta che poteva.

Appena fu a casa, aprì il computer. Senz’altro era stato un equivoco. Si mise a controllare la posta. C’erano delle e-mail dei suoi studenti. “Posso vedere il mio compito?”, oppure, “Non riesco a scaricare i documenti del corso, come faccio?” E ancora: “Mi sembrava di essere preparato ma ho preso insufficiente, mi può dire perché per favore?”

Questa domanda in particolare la mandò su tutte le furie. “Se non sapevi le cose”, comincio a scrivere, “è un problema tuo. La prossima volta cerca di saperle prima!”  

Rimase un momento a fissare lo schermo, poi cancellò quello che aveva scritto, andò su Google e cercò Melissa Kessler.

Uscirono diverse foto. Ce n’era una di Melissa piccola, con un body sportivo rosa. Allora provò Melissa Kessler Athena Gymnica, e ne uscirono molte altre di quel tipo: Melissa con i codini che saltava sulla trave, Melissa che faceva la spaccata. In una delle ultime, Melissa, con una medaglia al collo, abbracciava un ragazzino che le assomigliava da matti. Cliccò sul link e apparve l’articolo. Grave incidente per una promessa della ginnastica. Non riuscì a leggere il resto, perché il sito era a pagamento.

Si alzò e andò in camera di Melissa.

“Avanti”, disse lei quando la sentì bussare.

Era sul pavimento con Samantha, aveva fatto una specie di percorso con le matite e stava cercando di farcela camminare dentro.

“Ora capisco perché vuoi che faccia esercizio.”

Melissa la guardò. “Eh?”

“Voglio dire, una promessa della ginnastica deve tenerci ad essere in forma…”

Lei incrociò le gambe. “Non so di che parli.”

Camilla la ignorò. “Lo sa il tuo allenatore che addestri conigli, adesso? Peccato, avrei potuto dirglielo stamattina, ma mi è sfuggito…”

Melissa aprì la bocca, poi la richiuse. “Non è come pensi”, disse alla fine, quasi senza intonazione. “E comunque non sono affari suoi. Né tuoi.”

“No? Hai ragione. Ma, visto che ormai lo so, potresti dirmi la verità.”

Le piazzò davanti il telefono, mostrandole l’articolo di giornale.

Melissa diede appena un’occhiata, poi tirò su Samantha per le zampe davanti e la mise sul letto.

“È di mio fratello che parlano.” Si chino è cominciò a raccogliere matite da terra.

Camilla riprese il telefono e guardò di nuovo la foto. Per questo sembravano uguali, si disse.

Melissa si muoveva a carponi sul pavimento. “Era lui la promessa. Io ho smesso poco dopo.”

“Perché non me l’hai detto?”

Lei si alzò e la guardò dritto in faccia. “Perché non è la prima cosa che dico quando cerco casa. E neanche la seconda.” Ficcò le matite nella tazza sulla scrivania. Un paio finirono fuori: rotolarono sul tavolo, e Melissa le schiacciò con la mano. Adesso, era davvero arrabbiata.

Camilla non aveva intenzione di lasciarsi impressionare. “Però hai chiesto di mia madre”, insistette.

“Giusto. E tu cosa mi hai risposto? La verità?”

Camilla rimase zitta.

“Allora chi è che non si fida? Ma falla finita.”

A sentirla alzare la voce, Samantha saltò giù dal letto e si diresse alla porta.

Camilla la guardò accovacciarsi contro lo stipite, le orecchie piatte piatte. Andò alla porta, si chinò e la prese in braccio. Era tutta rigida, ma non cercò nemmeno di divincolarsi. Camilla le accarezzò la testa. Poi, dopo aver esitato un attimo, aprì la porta e uscì, stringendosi il coniglio al petto.

Verso sera squillò il telefono.

“Zia Olga”, disse Camilla con voce stanca.

La ascoltò senza troppa attenzione.

“Oh, mi spiace di non averti salutato”, mentì.  “Non ti ho proprio visto.”

Con una serie di digressioni, sua zia finì per tirar fuori quello che sin dal principio voleva dirle: che la sua inquilina era stata licenziata dalla fiorista dopo che questa l’aveva sorpresa fare gli occhi dolci a suo marito. Camilla doveva stare bene attenta.

Le venne da ridere. “Di questo proprio non devi preoccuparti, zia.”

“Lo so che di questo non devo preoccuparmi. Ma è la persona in generale che…”

“Se ne è andata”, sbottò Camilla, spazientita.

“Se ne è andata?”

“Te lo sto dicendo. Se ne è andata oggi pomeriggio.”

“Hai guardato se manca qualcosa?”

Camilla riattaccò.

Ci pensò un attimo, poi andò a prendere la borsa e prese il biglietto da visita che le aveva dato quel tizio.

“Pronto? Ci siamo visti ieri al supermercato. Non so dove sia Melissa, davvero. Mi spiace.”

“Ma almeno sa se sta bene?”

“Non saprei. Se ne è andata di fretta. Lei è davvero il suo allenatore?”

“Quando si allenava. Ma non vuole più saperne. Si è rotta persino un braccio da sola.”

“Cosa?”

“Ha pagato un tizio perché le sbattesse contro una porta blindata.”

“Oddio.”

“Ma suo fratello si è ripreso?”

“Marco? Quel tipo di fratture vertebrali, beh, è molto difficile, come posso dire…”

Camilla si sentì improvvisamente stanca. “Mi scusi. Adesso devo andare.”

Melissa era lì quando Camilla aprì la porta. Seduta sul marciapiede, di fronte al cancello.

“Sto uscendo”, disse, alzando appena gli occhi, e aprì la macchina col telecomando.

“Mi dai un passaggio?”

Camilla sbuffò. “Dove devi andare?”

“Dove vai tu va bene.”

“Vado in ospedale da mia madre.”

“Ok.”

“Ok?” La guardò senza capire, poi salì in macchina. Fece scattare il cancello e guardò Melissa passare in mezzo alle porte automatiche. Le aprì la portiera. Melissa si sedette, senza dire nulla. Guardava fisso davanti a sé, con le mani intrecciate appoggiate sulle ginocchia.

Camilla mise in moto, poi disse “Accidenti”, e spense il motore. Slacciò la cintura e si appoggiò con la testa sul volante.

“Cosa c’è?”, le chiese Melissa.

“Non riesco a respirare. Ce l’hai una delle tue pastiglie?”

Melissa si frugò nella borsa. “Prendi questa”. Aprì il palmo mostrandole una pillolina bianca, minuscola. “Devi farla sciogliere. Sulla lingua.”

“Cos’è? Non posso, devo guidare”, disse Camilla tenendola tra il pollice e l’indice.

“Guido io.”

Camilla scese dall’auto e fece il giro, mentre Melissa si spostava sul sedile di guida.

“Mi fa dormire? Non voglio dormire”, chiese Camilla quando si fu seduta.

Melissa si mise la cintura. “No, ma sarai tutta sciolta.”

Si infilò la pastiglia in bocca.

Melissa stava per mettere in moto quando Camilla le mise una mano sul braccio. “Aspettiamo un attimo che faccia effetto.”

“Ok.”

“Dimmi qualcosa.”

“Hai una macchina molto pulita.”

“Qualcos’altro.”

“Mio fratello era simpatico. Era veramente simpatico. Faceva ridere.”

“Davvero?”

“Sì.”

“Anche mia mamma era simpatica”, disse Camilla. “Trova sempre il lato positivo. Anche adesso, voglio dire, se fosse sveglia, troverebbe almeno un lato positivo. Io non ci riuscivo mai, ma lei lo trovava sempre.”

Sulla lingua, sentì la pastiglia diventare gessosa. “È stata una stupida caduta”, aggiunse.

“Anche quella di Marco”, disse Melissa. “Orribile, ma stupida. Gli ho detto, non provarci, non c’è il materasso.”

“Che stupido.”

“Già. Ma prima gli avevo detto: scommetto che quel salto non sai farlo.”

“Non è stata colpa tua.”

“Io credo proprio di sì”, disse Melissa. “Come ti senti adesso?

“Sciolta. Prendila anche tu.”

Melissa slacciò la cintura e si allungò sul sedile per cercare nelle tasche dei jeans.

Camilla sospirò e si lasciò andare contro il poggia testa. “Forse ho trovato un lato positivo”, disse.

“Davvero?”

[Le foto vengono da unsplash: la prima è di Ben Blennerhassett; la seconda di Elizeu Dias]

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