Il mercato del libro in Italia: la lezione aperta di Emanuele Giammarco

Il mercato del libro in Italia: la lezione aperta di Emanuele Giammarco

Come da tradizione, l’edizione 2022/2023 del percorso di formazione in editoria è inaugurata da alcune lezioni aperte utili a introdurre i temi che verranno affrontati durante l’anno. Questo è il racconto del secondo di questi incontri, dedicato a come funziona una casa editrice e tenuto da Emanuele Giammarco, cofondatore di Racconti Edizioni e docente del secondo modulo dedicato all’editing.

[QUI il link per partecipare all’ultima lezione aperta]

di Giulia Molinari

Chi decide di iscriversi a un corso di editoria (io in primis, nell’ormai lontano 2012) si avvicina innanzitutto per curiosità: non esco di casa se non ho un libro in borsa, ho una pila infinita e un ricambio continuo di libri sul comodino – e anche sulla scrivania, in cucina e vicino la vasca da bagno – e trovo tutti gli errori di traduzione e i refusi nei libri che sto leggendo che “come hanno fatto a non vederli?!” Forse, dice tra sé e sé questo studente in erba, ho finalmente trovato la mia strada!

Chiunque decida di intraprendere un percorso nel mondo editoriale, dovrebbe prima fare due chiacchiere con Emanuele Giammarco (Racconti Edizioni) che, come ormai di consuetudine, ha inaugurato anche quest’anno il percorso di formazione editoriale di minimum fax con una lezione aperta sul mercato italiano del libro, offrendo agli ascoltatori uno spaccato duro ma appassionante della filiera libraria. Spesso infatti, chi prova a intraprendere una carriera in questo settore ha un’idea quasi “romantica” dei mestieri che ruotano attorno al libro, raramente pensa che l’editoria sia un mercato che ha come principale finalità la vendita di un prodotto e può rimanere scottato quando scopre che in casa editrice raramente si disquisisce di sillabazione ed enjambement, meno raramente si discute di distribuzione e di incassi.  
Ma non lasciamo ogni speranza oh noi che entriamo e avanziamo dunque senza timore nella selva oscura del mercato editoriale, per capire meglio questa filiera lunghissima, contorta e affascinante sia pure in tutte le sue contraddizioni.

Non solo carta e penna

Forse, assieme allo step finale della vendita (la libreria), il lavoro redazionale è la parte più celebrata della vita del libro: selezionare i titoli, valutare, stipulare contratti con gli autori, fare editing, impaginazione, correzione di bozze sono le mansioni più conosciute, ma il lavoro sui libri non è tutto qui. Una grandissima mole di lavoro infatti, sia dal punto di vista del tempo da dedicarvi sia del denaro che vi viene investito, confluisce in altre fasi della produzione e la consapevolezza di cosa succede al libro una volta che esce dalla penna – o, meglio, dalla tastiera – dello scrittore è fondamentale per qualunque mestiere dell’editoria.

Per comprendere quanto le fasi successive al lavoro redazionale siano fondamentali per la vita di un libro, basti pensare che quella frase che negli ambienti culturali rimbomba ormai da decenni, “in Italia si legge poco”, trova una delle spiegazioni più chiarificatrici proprio nel funzionamento della complessa rete distributiva. Solitamente ci si concentra sulle cause “culturali” e in un certo senso più astratte di questo problema: la scuola, il sistema bibliotecario che arranca, Netflix che monopolizza le nostre serate, la mancanza di tempo da dedicare a sé stessi e all’arricchimento culturale nella vita moderna. Tuttavia Giammarco (e così anche molti altri che lavorano nel settore) sottolinea quanto le ragioni delle basse vendite di libri in Italia siano molto più concrete.

Innanzitutto bisogna specificare cosa si intende quando si parla di “leggere poco” e di “basse vendite”: la lettura è un termine di difficile resa statistica, poiché è impossibile calcolare con precisione quanti libri usati vengano comprati, quanti classici presenti già sugli scaffali di casa vengano sfogliati e quanti libri vengano prestati ad amici o parenti; tutte le statistiche del mercato librario si riferiscono perciò a quei dati tangibili che sono la vendita delle novità e di una piccola e più recente parte del catalogo di un editore. Già questa osservazione dovrebbe farci riflettere sulla natura dei dati su cui si appoggiano le statistiche di lettura. Questi dati però ci dicono anche che, nonostante nel nostro Paese si acquistino pochi libri, il mercato italiano è uno dei mercati in cui si stampa di più al mondo. Questa contraddizione (perché gli editori stampano così tanto se le vendite sono basse?) ha origine nel sistema distributivo cui accennavamo: la più grande falla di questo sistema è che si regge interamente sul concetto di debito.

Il mercato editoriale ha dei margini di guadagno bassissimi, il che vuol dire che di quel prezzo di copertina che spesso ci fa sussultare quando acquistiamo un volume nuovo, l’editore incassa pochissimo, attorno al 25% nel migliore dei casi, e la maggior parte delle spese converge nella rete distributiva, che assume un ruolo finanziario in questa filiera.
Il distributore infatti si occupa sì di garantire la reperibilità dei volumi su tutto il territorio nazionale e di promuoverli ma funge anche da “banca” delle case editrici, in quanto spesso detiene buona parte del loro magazzino (che già è un servizio oneroso) ma soprattutto si occupa di gestire dal punto di vista logistico e finanziario il complesso sistema delle rese, origine del sistema debitorio.

Come funzionano distribuzione e rese?

L’editore affida al distributore la promozione e la distribuzione dei suoi titoli alle librerie. Il complesso dei volumi venduti alla libreria ma non al cliente finale (il lettore) viene definito sell-in, e su questo già il distributore trattiene una percentuale. Il sell-out, ossia le copie effettivamente vendute al pubblico, raramente esaurisce tutte le copie della tiratura e, dopo un certo periodo, le librerie restituiscono le copie invendute al distributore (e anche qui, a questo passaggio corrisponde una percentuale per il servizio del distributore), il quale a sua volta le rende ai magazzini dell’editore, si trovino essi all’interno del distributore stesso o altrove. Questi volumi invenduti costituiscono la resa. Dal punto di vista logistico il processo è piuttosto lineare; dal punto di vista finanziario però questa strategia ricade tutta sulle spalle dell’editore, visto che né le librerie (acquistando in conto deposito) né il distributore stesso si assumono rischi sull’eventuale non-vendita del prodotto. L’estratto conto dell’editore dunque si comporrà ogni mese di voci attive quale il sell-in (che comunque viene fatturato e garantisce un flusso in entrata) e di voci passive derivanti dalle rese e dai loro costi di gestione. Si capisce bene che, considerando anche costi fissi quali affitto, elettricità, leasing vari, stipendi dei dipendenti e dei freelance, tipografia, diritti e anticipi per gli autori, il margine che rimane all’editore è veramente esiguo. (Per avere un’idea, numeri alla mano, di questo complesso meccanismo, la lettura di questo articolo di Antonio Tombolini è illuminante.

Se il margine di guadagno per l’editore è così basso, quale è la soluzione più immediata? Pubblicare altri libri così da garantire una liquidità e da pagare gli arretrati al distributore che allo stesso tempo gli fa credito sulle novità in uscita, alimentando una dinamica debitoria da cui è impossibile districarsi.
Il continuo lancio sul mercato di novità, necessario all’editore per garantirsi un minimo di entrate, ha però con il tempo saturato il mercato, facendo sì che le novità rimangano sempre meno tempo sugli scaffali delle librerie per lasciare spazio ad altre novità che avranno anch’esse vita breve e così via. Insomma, considerate tutte queste dinamiche, il mercato editoriale è ben distante da quella luce romantica che ci aveva fatto avvicinare.  

A tal proposito, un’osservazione interessante va fatta sulla qualità dei volumi che arrivano nelle mani dei lettori: è facile capire come a una quantità così elevata di titoli in velocissima successione non possa essere garantita la giusta attenzione mediatica né culturale, ma non è detto che questi manchino di qualità. Semplicemente, è impossibile leggerli tutti anche per gli addetti ai lavori (rimando qui a un divertente articolo di Bruno Ventavoli che, da coordinatore della pagina culturale de La Stampa, lamenta la sovrapproduzione di cui stiamo parlando). È facile dire “la nostra epoca non produce letteratura, non ci sono più i classici di una volta”, non pensando che “i classici di una volta” uscivano in un mercato che era molto meno saturo e che, probabilmente, le novità avevano l’attenzione e quindi la diffusione che meritavano.

Quante soluzioni?

La velocità del mercato rende indispensabile, oggi, che il prodotto sia impeccabile in ogni sua forma e declinazione per avere una vita un po’ più lunga degli altri in libreria, ma tutti i costi da affrontare sopra elencati rendono molto difficile la vita per le case editrici e ciò si riflette, lavorativamente parlando, su chi su quei libri ci lavora. Il sovraccarico di lavoro dei redattori e dei grafici, soprattutto freelance, le loro retribuzioni basse, ma anche le condizioni di lavoro dei magazzinieri e dei lavoratori delle tipografie (ricordiamo tutti lo scandalo di Grafica Veneta e gli scioperi dei lavoratori di Ceva Logistica che hanno paralizzato la distribuzione per giorni) sono enormi campanelli d’allarme a cui va assolutamente posto rimedio. È impossibile trovare una soluzione semplice a un problema complesso, per questo è importante che segnali di miglioramento e di collaborazione arrivino da tutti fronti della filiera.
Davanti a questo groviglio di problematiche e di dubbi però, la lezione di Giammarco si è conclusa con un augurio per le nuove leve, con la speranza che non si spaventino di fronte a quest’idra a più teste che è il mercato del libro e che possano portare aria fresca in un settore che ne ha bisogno.

Spaventati? Io abbastanza! Ma alla luce di tutto questo dovrebbe risultare evidente quanto ogni mestiere della filiera libraria sia fondamentale per la vita e la “riuscita” di un libro, ed è forse proprio questo che fa appassionare quegli addetti ai lavori che, caparbi e testardi come pochi, non saprebbero vedersi a lavorare in nessun altro luogo.

Giulia Molinari: studiosa di lingue, traduzione, letterature e amante dell’arte e del fumetto. Ama giocare con le parole. Spesso ci lavora anche. Ha frequentato i corsi di editoria di minimum lab.

[La foto di copertina è di Sonja Punz da Unsplash]

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