In famiglia

L’autrice
Francesca Sandrini, studi classici, laurea in filosofia, giornalista.

L’editor
Chiara Ventimiglia, avvocato per scelta, scrittrice per caso e aspirante editor per folgorazione sulla via di Damasco, vorrebbe trascorrere la seconda metà della sua vita fra i libri anziché in mezzo ai codici.

Il racconto
In famiglia è uno dei racconti nati dal laboratorio di narrativa (edizione 2022) e poi rivisto, come gli altri, in un laboratorio editing con gli allievi editor del percorso di formazione in editoria.

In famiglia, un racconto di Francesca Sandrini

“Sei arrivata, finalmente. Sono già tutti qui”. 

Pietro nemmeno la saluta e Marta fa lo stesso: “Tutti chi?”, gli chiede. 

“Tutti i parenti. E gli amici”, risponde lui con un guizzo d’impazienza. 

“Amici vostri”. 

Avrebbe preferito non venire. Ma non si può mancare al funerale del proprio padre, le ha detto Pietro per telefono, severo e supplice. 

Così è tornata in questa casa, la vecchia casa dei nonni in campagna. La casa dove lui era nato e cresciuto. La casa che lui aveva eletto a buen retiro dopo aver fatto tutto: la laurea in agraria e la trasformazione della cascina in azienda, gli incarichi nell’associazione dei coltivatori e la carriera politica, i soldi e l’attico con vista sulla capitale. 

“Mamma?”, domanda Marta al fratello mentre sistema i Ray-Ban nel portaocchiali. 

Lui alza le spalle nella giacca di tweed: “Uguale. Chiusa in camera a fissare il vuoto, non so nemmeno se si sia resa conto di quel che è successo”. 

Lo guarda per un istante, poi si mette a cercare le sigarette nella borsa. Una lunga ciocca le piove sugli occhi. “Questi maledetti capelli me li devo tagliare, non ho più l’età”, dice soffiandola via. 

Lo ripete da anni, non lo fa mai. I capelli biondi sono ancora lì a lambirle il fondoschiena come quando allupavano i ragazzi, compresi gli amici di Pietro che andavano a casa loro con la scusa di studiare. 

“Secondo me te li puoi ancora permettere, almeno fino ai cinquanta”, dice Pietro. Risatina. “Non manca molto, puoi resistere”. 

“Cretino”, replica lei continuando a rovistare. 

“Piuttosto smetti di incatramarti i polmoni e vieni a bere qualcosa”. 

“Non ho sete”. 

“Fame?” 

“Forse”. 

Ha fame. Anzi ha voglia di un dolce. Ma non un dolce qualsiasi: le andrebbe una torta. Una torta di pasta sfoglia e crema chantilly e panna montata. Di quelle che si prendono in pasticceria quando c’è qualcosa da festeggiare. Se ce l’avesse davanti la divorerebbe affondandoci la faccia. 

“Andiamo a cercare qualcosa da mangiare?”. 

“Andiamo. Ma queste vengono con me”, dice sventolando il pacchetto di Marlboro. 

Si avviano nel corridoio verso la cucina; dietro la porta ritrovano il tavolone di legno con le sedie impagliate, le pentole di rame scintillante alle pareti. 

“Arrivati nel regno del rustico fasullo”, sibila Marta. 

“Dai, non fare la stronza… piuttosto ti ricordi quando in questa casa facevamo le feste con gli amici e questa stanza straripava di bottiglie?” Ha la stessa aria colpevole e divertita di allora. 

Marta ricorda. Le feste, gli amici, le ragazze con la minigonna e il ciuffo impregnato di lacca… e lui che appariva come per caso e già che c’era si versava da bere, poi si allentava la cravatta e sfoderava il suo sorriso rifatto – “Mi rilasso un attimo prima di tornare a lavorare, raccontatemi un po’ di voi giovani… e tu, sei amica di Marta? Assomigli a Brigitte Bardot, te l’hanno mai detto?” 

Pietro apre e chiude un pensile dopo l’altro. “A proposito, ti ricordi di De Rossi?” 

“Chi?” 

“Quel mio compagno di liceo che ti sbavava dietro e proprio qui, a una festa, sotto l’effetto dell’alcol ti fece una dichiarazione pubblica”. Scuote la testa. “Che sputtanamento”. 

Lei sbuffa: “Ah, sì, De Rossi… quel fighetto mascherato da compagno. Come te e tutto il tuo gruppetto con le Timberland scalcagnate ad arte”. 

“E tu allora, che cosa eri?”, ridacchia mentre si accuccia per cercare negli armadietti sotto il piano di lavoro. 

Che cosa era lei? Era come le sue amiche: una ragazza con la minigonna e il ciuffo impregnato di lacca. Ma era anche sua figlia. 

“Dai, torniamo di là che ho dimenticato l’accendino”, dice bruscamente. 

“Non hai più fame?” 

“No”. 

Pietro si alza, sospira. “Comunque: De Rossi mi ha chiamato perché ha saputo di papà e mi ha detto di farti le condoglianze”. 

“Grazie tante”. Marta ripensa alla torta ma ora ha solo voglia di fumare. 

“Come te la passi?”, gli domanda tastando nella borsa ed estraendone l’accendino. 

Lui si lascia andare sulla poltrona di velluto, distende le gambe: “Non mi lamento. E tu?”. 

“Alla grande, anche se sono lontana da tutto questo…”. Fende l’aria con una bracciata plateale a indicare il grande camino acceso, i tappeti pregiati sul cotto del pavimento, i quadri in cui sono stati investiti i milioni di lire guadagnati tra terra e parlamento. 

“Smettila”, la rimprovera. “Tutto questo è anche tuo”. 

“Sì, vabbè”. Si accende una sigaretta. “Finalmente”. La mano che manovra l’accendino è percorsa dal lieve tremore dei suoi momenti di nervosismo, di un malessere sottile cominciato da ragazzina e mai esploso. Anche quando se n’è andata di casa, senza nemmeno finire l’università, ha evitato spiegazioni eclatanti, scenate: è scivolata via una mattina trascinando una valigia gonfia di libri clandestini e parole non dette. È scomparsa dalla quotidianità della famiglia portando con sé un segreto che avrebbe potuto distruggere ognuno di loro. 

“Che vita fai? Sempre sola?”, le chiede, lo sguardo opaco di preoccupazione. 

“Sempre sola”, dichiara, e sospira col fumo che le esce dalle labbra socchiuse. “Per il resto, solita vita: lavoro e partito, partito e lavoro. Ma so che non t’interessa né l’uno né…” 

“Non è vero”, la interrompe. “Il tuo lavoro mi interessa”. 

“Capirai, segretaria part-time”, ghigna lei, e subito torna seria. “La mia vita è il partito. E questo, lo so per certo, non ti interessa”. 

Pietro si alza di scatto, d’un tratto sembra altissimo e più vecchio. “Sai anche perché”. 

“Sì: non ti interessa, non ne vuoi sapere niente perché non è il tuo partito, anzi il vostro partito”. Spegne la sigaretta e ancora picchietta la cicca una due tre volte sul fondo del portacenere. 

“Il problema non è un partito diverso. Il problema è quel partito”, recita lui stancamente. 

“Fanculo Pietro, non ricominciare”. Si accende un’altra Marlboro, ancora quel tremore. “Non ho voglia di parlare di politica con te”. 

“E invece dovremmo, Marta”, insiste lui alzando un poco la voce. “Perché la nostra distanza dipende proprio da quella”. 

“Sei sicuro?”. 

“Sono sicuro. Lasciatelo dire: è stata la scelta peggiore che potessi fare. Povero papà”. Si morde l’interno di una guancia. 

Lei lo fissa livida: “Tu invece non l’hai deluso: sei stato un compagno esemplare, hai portato avanti l’azienda, ti sei fatto la tua bella famiglia con una moglie splendida e due figli, maschio e femmina proprio come noi… Bravo”. Con le mani a mezz’aria simula un applauso. Dalla sigaretta cade un poco di cenere sul tappeto. 

“Non raccolgo, Marta. Oggi non voglio raccogliere. Ma se Io non l’ho deluso, tu hai fatto più che deluderlo, lo hai ferito nel profondo, tradendo i nostri valori: anche tu eri una compagna”. 

“Io sono nata compagna. Poi ho capito”. 

Pietro si preme le dita sulle tempie, socchiude gli occhi. “Ma cazzo, Marta, che cosa hai capito? Hai conosciuto quella gente all’università e ti sei lasciata rincoglionire, lo diceva anche papà e si tormentava per questo”. 

Non si offende. È calma, quasi meccanica: “Ho capito che la ragione poteva essere anche da un’altra parte, che in quel partito c’era tanta ipocrisia e pure fuori… ti basta?”. 

“No, non mi basta. Quelli con cui ti sei messa hanno fatto delle porcate”. 

“Porcate le hanno fatte tutti. Note e meno note”. 

“Che cosa dici Marta, non è vero e non ti capisco”. 

“Lo so, Pietro. Lasciamo perdere”, la mano tremante tira i capelli sopra la fronte scoprendo una vena violacea. “Vado da mamma. E poi facciamo presto”. 

La madre è seduta su una poltrona, indossa una vestaglia di seta azzurra, guarda fuori dalla finestra con le tende socchiuse. 

“Ciao mamma”, sussurra Marta. Lei sembra non udirla, come rapita dal verde che si scorge in lontananza. 

“Stai bene?” 

Non risponde. Demenza senile, dicono i medici. Ma è cominciata presto, quand’era ancora giovane. Era giovane e bella, la sua bellezza s’intravvede ancora attraverso il reticolo delle rughe. Era giovane e bella e intelligente ma senza le velleità di emancipazione di certe compagne. Un po’ all’antica. Non aveva fatto troppe domande nemmeno quando qualcuno le aveva scritto senza firmarsi che l’onorevole la tradiva, e che gli piacevano le ragazzine. C’era stata anche la denuncia di un padre, insabbiata da un compagno molto potente. Non aveva fatto troppe domande ma aveva preso a sfiorire anzitempo. 

“Marta, vieni, è ora”, chiama Pietro da fuori. 

“Mamma, è ora di andare: ci sono già tutti, tutti i parenti. E gli amici. C’è anche Gianni, ti ricordi il segretario di papà?”, le chiede sfiorandole una spalla. Nessuna reazione. “Tu non ti prepari?” 

La madre scuote la testa, senza distogliere lo sguardo dalle tende socchiuse. 

Lei fa per uscire. Mentre tocca la maniglia della porta la sente dire qualcosa. 

“Come, mamma? Cosa dici?” 

“Io so”. 

Si ferma, inchiodata da quelle due sillabe. Non riesce a pronunciare una parola. Può solo restare ferma, in ascolto, gli occhi fissi sulla piccola croce celtica che si è fatta marchiare sulla pelle del polso. 

“Io so”, ripete la madre, e Marta vorrebbe dirle di non parlare, che è una vecchia storia, una di quelle storie capaci di rovinarti la vita ma a lei no, lei ce l’ha fatta, anche se non è stato facile, non è mai facile, quindi taci mamma per favore, non dire una parola di più. 

“So che non ti sei mai sentita amata da lui”, continua invece la madre. E Marta si volta, la guarda, sorride di un sollievo amaro. “È così, mamma. Ma ormai cosa ci vuoi fare”. 


[Foto di Ian Noble su Unsplash]

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