La gentile sospensione del giudizio: i corsi di scrittura con Carola Susani

La gentile sospensione del giudizio: i corsi di scrittura con Carola Susani

Per presentare alcuni temi dei moduli del laboratorio di narrativa si sono tenute tre lezioni aperte di scrittura.

A uno degli incontri ha partecipato Loris Righetto, un ex allievo che, dopo tanti anni, si è ritrovato con la docente di allora, Carola Susani, mentre intorno sono cambiate le modalità di frequenza – ora online, invece che in presenza –, la sede della casa editrice – dalla storica di ponte Milvio alla nuova vicino piazza del Popolo –, i capelli, un po’ più grigi, l’età, l’esperienza. Rimane invariata la propensione all’ascolto di tutti, la possibilità di confrontarsi, di parlare di lettura e di scrittura, e una certa, gentile ma ferma, sospensione del giudizio.
Questo è il racconto della sua esperienza.


di Loris Righetto



Dunque, c’era una volta..?

A fare la domanda è Carola Susani, insegnante di scrittura creativa e autrice di romanzi e racconti in cui collimano fantastico e realismo (godetevi, per esempio: Eravamo bambini abbastanza, la saga in fieri di Italo Orlando, ma anche Pecore vive). Siamo su Zoom, nel pieno di un laboratorio organizzato da minimum lab, e le risposte fioccano in ordine piacevolmente caotico dalle faccine incasellate sullo schermo del computer. Noi, gli allievi: Un vecchio!

E Carola – Sì, ma… un vecchio dove?

– Su una montagna!

– Sì, ma cosa ci fa su una montagna?

 Da qualche tempo ho ricominciato a scrivere: ed eccomi, al mio primo corso di scrittura creativa da molti anni e primissimo su Zoom. Eccomi, affacciato a una finestra su uno spazio virtuale con le titubanze di sempre: Che ci faccio io qui?

Sono già stato allievo di Carola Susani. Cinque o sei anni fa, ai tempi in cui la redazione di minimum fax si trovava a ponte Milvio, ho partecipato a un laboratorio sul romanzo, piuttosto lungo, piuttosto bello, che si teneva nei week end. Allora i corsi erano in presenza. E lo saranno di nuovo prestissimo: già non sto nella pelle. Lo studio delle fisionomie. La fatica di afferrare bene i dettagli di una storia letta ad alta voce. Le chiacchiere letterarie a tavola di fronte a una pizza durante la pausa. L’elettricità che sprizza scintille dall’incontro dei cinque sensi, dallo scontro di vedute, dalle scaramucce verbali. La possibilità, al contempo attesa e inaspettata, di nuove occasioni…

Ecco, una dei motivi per cui mi sono sempre piaciuti i laboratori (ne ho frequentato di tipi diversi, di scrittura, di sceneggiatura, di fotografia, perfino di marketing) è che sono luoghi di confluenza, come le locande nei romanzi di Joseph Fielding o nel Don Chisciotte. Ai corsi di scrittura incontriamo altri viaggiatori che stanno facendo il nostro stesso cammino. Qualche volta sveliamo le nostre carte e, grazie al commento ai nostri testi, veniamo svelati a noi stessi.

Sono in contatto ancora oggi con alcune delle persone che ho conosciuto a quel corso; abbiamo un gruppo su WhatsApp intitolato – non ridete – “Pulitzer”. Anche se nessuno di noi ha ancora vinto quel premio, il filo rosso che lega le nostre vite è la scrittura, il desiderio di trascrivere su un foglio la storia informe e tentacolare che ci infesta il cuore, e poi piegare quel foglio, farne un origami, una barchetta, un aeroplano, un cigno e lanciarlo al mondo. Ah, la vanità di essere pubblicati, distribuiti, letti, riconosciuti come scrittori. Cos’altro potrebbe mai dare a un essere umano la forza e la determinazione necessarie a rimanere chino o china su un manoscritto per anni? Alcuni degli allevi di quel corso, in effetti, hanno pubblicato per davvero, e con case editrici importanti, come Feltrinelli e Il Saggiatore. È quasi inevitabile, un attimo prima di lasciarmi assorbire, chiedermi se un corso su Zoom porterà gli stessi benefici.

Come ritrovo Carola? Cerco di riannodare le trame del ricordo per capire in che modo quella fototessera sullo schermo del mio pc rappresenta anche la persona con cui mi sono attardato a chiacchierare all’ombra della sopraelevata che attraversa il Pigneto. O a cui ho mostrato i risultati delle mie fatiche, davanti a un caffè da Necci. La ritrovo tutta intera, nonostante qualche capello bianco (in letteratura, diversamente che nel rock’n’roll, gli anni che passano aiutano). Di fronte a una decina di faccine attente, sta cesellando un’allegoria deliziosa: raccontare una storia, dice, è come fare giocoleria con le arance. Il personaggio e il suo desiderio, l’ostacolo, il punto di vista, il genere letterario. Bisogna sapere tenere in equilibrio dinamico tutti questi elementi. È un’immagine che riprende da Robert Louis Stevenson, Appunti di stile in letteratura (In L’arte di scrivere, Mattioli 1885).

E per accompagnarci in media res, ha proposto al gruppo di inventare una storia tutti insieme, partendo da un elemento comune: C’era una volta un vecchio su una montagna.

Che fa? Cosa desidera? E chi gli impedisce di realizzare il suo desiderio? È da solo?

L’invito è a proporre idee, anche audaci; possiamo spaziare di genere in genere, si tratta di un gioco, il cui scopo è osservare le implicazioni, con un’unica regola (e un attimo prima che la enunci, la ricordo): per commentare l’operato di qualcuno bisogna esordire con l’elogio di una qualità e, solo dopo, accennare a qualcosa su cui non siamo d’accordo.

Questa è proprio Carola: la gentile sospensione del giudizio. Durante i laboratori non è raro incappare in qualche maestro che risolve le questioni di editing à la Hemingway, ossia a suon di cazzotti e giudizi tagliati con l’accetta. Ogni tanto qualcuno va a casa con l’occhio nero e per parecchi mesi non riesce a scrivere niente. L’ho vista tante volte, questa scena, e una o due è capitata anche a me. Il metodo di Carola, al contrario, consiste nel creare uno spazio libero, non giudicante, adeguato alla giocoleria letteraria, in cui anche le lumachine timide possono azzardarsi a spingere fuori le antenne e provare.

Dunque, un vecchio su una montagna. Noi partecipanti, preso coraggio, cominciamo, lanciamo proposte, spariamo idee molto diverse. Ne esce la storia surreale di un anziano gagliardo e malato che, per raccattare i soldi delle medicine, ruba una reliquia al parroco del paesello, e lo ricatta. Il Frankestein delle nostre diverse e personali proiezioni.

Come lo vogliamo, questo vecchio, con i pantaloni di fustagno o con la maglietta degli AC/DC? Che reliquia ruba? Gli occhi di Santa Lucia o un pezzo della Santa Croce? E perché ruba in chiesa? Perché è cattivo o perché il parroco, ai suoi occhi, è un miscredente?

VUOLE COMPRARSI LA MARJUANA!, dice qualcuno.
– Mi sta bene, – dice Carola. È il tipo di insegnante che accetta (quasi) ogni proposta – Mi sta bene, purché…

In quel ‘purché’, in quella particella condizionale, ritroviamo il senso del parallelo con il gioco delle arance: per raccontare bene, dobbiamo capire cosa comportano nel nostro gioco le scelte che facciamo. A ogni leggero cambiamento, la storia diventa più o meno credibile, un elemento prende il sopravvento, mentre un altro passa in secondo piano, ci avviciniamo a un tipo di universo narrativo allontanandoci da un altro. Ciò di cui sta parlando, senza esplicitarlo, è qualcosa – dal poco che la conosco – che le appartiene: la capacità di trovare un equilibrio tra elementi diversi.

Accennavo, per esempio, alla gentile sospensione del giudizio in fase di editing. E tuttavia la gentilezza non esclude l’esercizio della crudeltà in fase di creazione. In letteratura, ce lo insegna il Max Aub dei Delitti esemplari, bisogna saper ammazzare un uomo per motivi futili. La dimensione del conflitto personale, tipico delle relazioni, è necessaria al progredire di una storia. “Colpisci il tuo personaggio sotto la cintola” è un must ai corsi di sceneggiatura. Perché ogni personaggio è un desiderio che tenta di esprimersi e, se manca un oppositore, se manca un ostacolo, se ci attardiamo troppo nell’idillio, perdiamo la dinamica stessa del cambiamento, anima dell’esperienza umana. E anche perché, aggiunge Carola, “Dove c’è la ferita, c’è la bellezza”.

Sorrido. Se indossassi una cravatta ne scioglierei il nodo. Oltre alla vanità, cos’altro potrebbe mai dare a qualcuno la forza e la determinazione necessarie a rimanere chino o china su un manoscritto per anni? L’idea tutta letteraria che la sofferenza abbia un significato e da essa possa perfino scaturire la bellezza, per esempio. Questa sì è Carola. Anche a distanza di chilometri, anche a distanza di anni, anche nella modalità online, riconosco la sua qualità precipua: la curiosità investigativa dello scrittore unita alla disponibilità all’incontro, anche solo per poter aggiornare lo stato di una storia. In effetti, a rifletterci ora, quelle passeggiate al Pigneto, avevano sì lo scopo dichiarato, e da me richiesto, di lavorare sul mio libro di racconti. Ma erano anche vissuta da entrambi come una divagante conversazione amichevole che mescolava la curiosità di conoscere la vicenda umana che io le proponevo e la questione creativa di come ricodificarla in trasfigurazione letteraria.

Mentre sullo schermo la lezione si avvia verso le fasi finali mi rendo conto che forse io no, ma Carola probabilmente conosce in qualche modo non digitale, ciascuno dei partecipanti. La piratessa Susan ha bisogno di un mondo molto grande, di tanti porti, e di persone diversissime accanto a cui abitare.

Loris Righetto
Nato e cresciuto tra Verona e la sua provincia. Oltre alle cose importanti per vivere, mi occupo di narrativa, immagini e scrittura. Sono laureato in lingue e ho frequentato il Columbia Publish Course a NYC. Miei racconti sono apparsi su diverse riviste cartacee e digitali, tra cui Nuovi Argomenti. La mia raccolta di racconti, al momento inedita, è stata menzionata al Premio Calvino, edizione 2019.

[La foto è di AARN GIRI]

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