Narrare breve: quattro (nuovi) racconti

Narrare breve: quattro (nuovi) racconti

Nel seminario dedicato alle narrazioni brevi e brevissime, a cura di Danilo Soscia, ci siamo divertite e scrivere dei racconti che in una cartella, o poco più, racchiudessero una storia, e poi li abbiamo letti, editati e riscritti insieme.
I primi quattro li abbiamo pubblicati qui, di seguito gli altri.


La coperta

di Giorgia Simoncelli

Foto di Rafael Cerqueira

«Vuoi fare un gioco?» Giulio mi prese la mano.
«Sì», ho risposto; un gioco, una caduta senza paracadute, avrei fatto qualunque cosa con lui.
Sedemmo sul letto. Mi girava la testa. Il piumone era morbido, a terra su un tappeto azzurro un mucchio di cose, le sue cose.
«Conosci il gioco della coperta?» mi chiese.
«No».
«Scegli quello che vuoi e nascondilo sotto la coperta, io dovrò indovinare usando solo le mani».
Ero perplessa. Davvero mi aveva portato lì per un passatempo da bambini? Lui con gli occhi già chiusi sorrideva.
Guardai di nuovo il tappeto: una pallina da tennis, una boccia di vetro con dentro un faro, di quelle che se agiti appare la neve, un accendino, una penna. Raccolsi tutto e lo nascosi sotto la coperta. Poi mi venne l’idea. Scostai il calzino e mi slacciai la cavigliera: una catenella d’argento con tante farfalle attaccate che non avevo più tolto dalla fine dell’estate. Nascosi anche quella.
«Fatto».
Giulio infilò le mani. Gli guardavo il viso, la ruga al centro della fronte, le palpebre strette, la bocca che troppe volte avevo sognato di baciare. La testa girava ancora e nel silenzio della stanza chiusa avevo paura si potesse sentire il mio cuore.
«Questo no, questo non va bene, questo nemmeno». Intanto la pallina, l’accendino e la penna erano di nuovo sul tappeto.
Io guardavo senza riuscire a capire, lui serio, concentrato per un tempo che mi sembrò non finire mai. Poi di nuovo sorrise.
«Ecco. Queste sono perfette».
Aprì gli occhi fissandomi: «Farfalle…».
Qualcosa si mosse da sotto la coperta e dentro il mio stomaco. Un attimo dopo decine di farfalle volavano riempiendo la stanza.
«E… il mare». Lo disse prendendomi di nuovo la mano mentre l’acqua saliva dal tappeto azzurro ingoiando ogni cosa. Eppure ancora respiravo, vedevo. C’erano pesci, farfalle, fiocchi di neve galleggianti, il viso di Giulio: una macchia, un respiro e poi le sue labbra attaccate alle mie.
Ancora non ci credo che ci siamo baciati.

Giorgia Simoncelli è nata e vive in provincia di Roma. Laureata in storia dell’Arte Contemporanea, è pubblicista dal 2012. Ha vinto il concorso ioscrittore del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol ed è arrivata finalista al Premio Letterario Nazionale Bukowski, al concorso Odissea e a Hypnos. Come curatrice ha pubblicato con Gangemi Editore, Skira, L’Erma di Bretschneider. Ha racconti pubblicati con Delos Digital, Edizioni della Sera e Watson.

Il suo primo romanzo Il disegnatore di nuvole, Edizioni Piuma, ha vinto la XXXVII edizione del Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni – premio Simonetta Lamberti – Narrativa Ragazzi, ed è stato finalista al Premio Strega ragazze e ragazzi, come miglior libro d’esordio.


La domanda giusta

di Stefania Costanza

Foto di chester wade

“Che posto internet!”, pensò mentre spegneva la sigaretta gettando il mozzicone direttamente nella tazza di caffè ormai vuota, abbandonata sul tavolino. Da un po’ ascoltava un gruppetto di sconosciuti che su Club House rispondeva a domande in apparenza innocue con l’intento di fare amicizia. 

Adesso la domanda era: che odore aveva la tua infanzia?.

Sentì una voce affrettarsi a dire che la sua sapeva dell’erba del campetto di calcio in cui giocava dopo la scuola; qualcun altro intervenne per dire che la sua aveva l’aroma del pane fatto in casa dalla Signora Nina. Una voce disse “cioccolata”, un’altra “cuoio” e un’altra ancora “vicks vaporub”. Risero tutti: quanto era appiccicoso!

Poi qualcuno la chiamò per nome. Neesa, colta alla  sprovvista, sussultò.

Cambiò posizione, improvvisamente a disagio sul divano; guardò di nuovo lo schermo e in un attimo le sue narici furono piene del sentore acre di smalto per unghie e decolorante per capelli. Una miscela micidiale, inconfondibile, che la riportò indietro nel tempo a quando sua sorella Malak aveva quattro o cinque anni e le gemelle erano piccolissime. Giocavano tutte insieme sul linoleum un po’ consunto. La madre raccomandava loro di essere buone e non dare fastidio. Le clienti sorridevano ed esclamavano “Ah Fatima, che belle bambine hai!”. Era il 1984 e sua madre, sola con quattro figlie piccole, si guadagnava da vivere mettendo lo smalto alle mani e ai piedi di quelle donne, colorando i loro capelli, stirandoli o cotonandoli con orribili prodotti che irritavano gli occhi e facevano tossire. Odiava quell’odore che le si appiccicava addosso. 

“La mia infanzia aveva l’odore della dignità”, disse di getto e interruppe il collegamento, imbarazzata per quella risposta assurda. La gola stretta da un nodo. 

Allungò la mano verso il cellulare, accese una sigaretta e attese. Una voce allegra rispose al secondo squillo. In sottofondo rumore di stoviglie, voci di bambini. “Malù, sono io. Sì, a casa….No, tutto bene. Senti, ti ricordi di quella volta che scambiammo il bicarbonato con la farina? Te le ricordi le urla della Signora Malfatti?”.

Risero entrambe. E lentamente – molto lentamente – il nodo iniziò a sciogliersi.


Perfezione

di Ilaria Celli

Foto di Al Soot

Era apparso dal nulla, circa due settimane fa. Da allora, l’uomo alto e dal viso scavato non si era mai mosso da via della Santa Maria Rossa. Se ne stava lì in piedi, con la schiena rivolta al porticato della chiesa e il busto verso il civico 17. In molti cercarono di strappargli qualche parola, di sapere come si chiama, se si era perso, se aveva fame. Eppure, sapeva parlare. Le sue labbra si muovevano rapidamente, con scatti quasi impercettibili e senza emettere alcun suono. Parlava non a un qualcuno, ma alla sua sfera. Fra le sue mani, infatti, sembrava danzare un’enorme sfera di cera, che a ogni movimento delle lunghe dita si plasmava, dipingendo con la sua opalescenza mappe sempre più informi. Continuava a modellarla, con ossessione.

La signora Rosalba l’altro giorno provò a fermare il movimento mettendo una mano sopra la sua, delicatamente, come farebbe per calmare un bambino. Il volto dell’uomo iniziò a rigarsi di lacrime. Le sue guance non si contorsero in uno spasmo di dolore, la sua laringe non si irrigidì per dare risonanza a un grido che brucia i polmoni, e le sue labbra non smisero di pronunciare parole senza suono. Ha continuato in ogni suo movimento senza scomporsi, mentre le lacrime scendevano senza sosta.

Una mattina, i fedeli usciti dalla messa domenicale cominciarono a radunarsi intorno allo sconosciuto. Più persone arrivavano, e più i suoi movimenti rallentavano. Le sue dita scorrevano con decisa delicatezza, dando sempre di più forma a una sfera che ormai era perfetta in ogni sua superficie. Ma non sembrava essere abbastanza.

Brusii incessanti commentavano la perla.

«È perfetta.»

«Ma che dici, non vedi che quel lato è più grosso?»

Le mani si muovevano. Levigavano.

«Secondo me è più un ovale che una sfera. È impercettibile, ma il mio occhio non sbaglia.»

«Sì, hai ragione.»

«Ecco, ora lo vedo anche io.»

«Sì, ecco lì il difetto.»

L’uomo piangeva. Piangeva e non fermava le dita. La bocca serrata. La sfera diventava sempre più liscia.

«Ma perché ha fatto così? Non vede che non va bene?»

«Non va mica bene così.»

«Ma quanto ci mette?»

I brusii si erano ormai tramutati in rumore assordante.

D’un tratto, la campana della chiesa amalgamò il frastuono di parole con un boato secco, e l’uomo si fermò. Poi, il silenzio. La sfera era sparita.

Lentamente, i fedeli iniziarono ad allontanarsi, delusi.

L’uomo rimase immobile per altri sette giorni, sopra una pozzanghera densa e lattiginosa, prima di sparire così com’era apparso.

Ilaria Celli è nata, a sua insaputa, in un paesino della provincia di Mantova 27 anni fa. Ama cercare l’assurdo e il grottesco, e spesso li trova sotto il tappeto in salotto.


Notte

di Diana Chiarin

Foto di Brent Storm

“Centrale Disinserita”. Non è nemmeno l’una e mezza del mattino.   
La centralina antifurto lampeggia, il LED azzurro allude, mentendo, a un privé equivoco. Grigia Marghera, grigio il capannone. Ci sta, così non si vede la sozzura che le fabbriche rilasciano in aria e che si deposita su tutto quello che trova, auto, case, cibi, persone. Un portone in ferro, rosso mattone antiruggine, aumenta il senso di vetusto che l’edificio emana.    
– Sei l’unica donna qui, scegli dove cambiarti, in ufficio da sola o nello spogliatoio dopo gli altri.  Mòvite. –  Che carino il nuovo capo, anche se non tiene conto che i due cubicoli finestrati in alluminio anodizzato, sono separati da tende di satin sintetico, che non garantiscono alcuna privacy. Nella zona franca, un po’ deposito e un po’ antibagno, recupero guanti, paragrembo, stivali ed entro in sala lavorazione. Tutto nero, almeno sfina.    
Pompe soffianti, sparano aria dentro a venti vasconi da duecento litri d’acqua, in un rombo assordante, costante, che ricorda i temporali a secco. Dentro ai mastelli, cefalopodi di ogni tipo e dimensione. Col movimento dell’acqua, il l’odore di salso si spande. La radio, col volume a palla, non riesce a coprire il frastuono, è sintonizzata sempre su Radio Birikina, manda un repertorio anni Sessanta italiano.    
– Da sangue dal naso. – Dice Beppe, il mio collega più giovane. Non ha tutti i torti, visto che la canzone di punta è “Cuore bandito”, cantata da una che non ho la minima idea di chi possa essere. Tutto pulito, candido, in ordine, un curioso miscuglio tra una sala autopsie e un set di Hostel. Piastrelle bianche, un tavolo in silicone anch’esso candido, grate a terra e una cella frigorifera, se la battono con coltellacci in acciaio, paragrembo e stivali di gomma.   
Il capo mi piazza in mano dei guanti tre misure più grandi e un coltello a punta.    
– Quelle che galleggiano, – dice, – le fori, così vanno a fondo.    
– Perché? – Chiedo, mentre guardo le bestiole che si agitano nei mastelli.        
– Se non sono bene arricciate, la gente non le vuole. Se le và a fondo, le xé pompa mejo. – Ne prende una e mi fa vedere.   
– E se non si arricciano?   
– Allora son polpesse. Hanno appena fatto le uova. Le vendiamo a meno perché la gente pensa che le zè vecie.   
Mi chino sui mastelli. Inizio a forare le piovre che affiorano.   
“Tu, cuore bandito di chi sei…”   
Perfetto. Adesso inizierà a sanguinarmi il naso.

Diana Chiarin, veneziana, classe 1969. Di sé dice:

Mi piacciono le parole, quelle dette, quelle scritte, quelle cantate o dipinte. Leggo molta poesia che ritengo sia una forma di resistenza. Amo la letteratura, la narrativa contemporanea, e i racconti dell’orrore. A volte mi capita di incontrare storie che diventano un’ossessione e che pretendono di essere raccontate o lette. Nella mia libreria dello spirito, vorrei che un mio libro, giacesse vicino a quelli di Haruf, Offut, Mencarelli, Foster Wallace o la mia adorata Plath, anche se temo finirò nella bancarella dei libri in omaggio con un fustino di detersivo.


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