Percorsi editoriali: intervista a effequ

Sperimentale, pop e queer: l’editoria secondo effequ

Quello che segue è il secondo appuntamento di una nuova rubrica della sezione percorsi editoriali: una serie di interviste che accompagneranno tutto il nuovo anno del percorso di formazione in editoria, per conoscere persone, temi e mestieri della filiera editoriale, a cura delle nostre corsiste e dei nostri corsisti.

Abitare la contemporaneità con serietà e leggerezza. Essere ibridi e aperti alle contaminazioni del presente, rimanendo a contatto con le proprie radici. Sono questi i valori di effequ, casa editrice indipendente che pubblica soprattutto saggistica e narrativa italiane. Francesco Quatraro e Silvia Costantino promuovono un’idea di cultura accessibile e differente, con l’obiettivo di “costruire un dialogo reale, uno scambio che funzioni e che non sia mera opposizione”.

di Lucia De Angelis


  • Le vostre pubblicazioni portano alla luce “libri che non c’erano”: in che senso?

[Francesco] Saremo franchi: è un claim commerciale, anche perché è un discorso che varrebbe per tutti i libri. Il punto è sottolineare che sia per tematiche che per immaginario stiamo cercando di discostarci da quello che è il canone e il mainstream (anche se non abbiamo niente contro il canone e contro il mainstream, anzi, ci sono cose mainstream che ci piacciono moltissimo). Per esempio, la nostra saggistica tratta tematiche di cui si fatica a trovare un testo specifico, penso a Menti parallele. Scoprire l’intelligenza dei materiali di Laura Tripaldi o Femminili singolari di Vera Gheno, ma anche Storia familiare dei videogame di Lorenzo Fantoni e così via. Trattano argomenti che posti in forma di libro non si trovano così spesso e, in generale, andiamo verso una ricerca di originalità. Questo vale anche per quanto riguarda la narrativa, che punta più su una prosa che non c’era, cioè differente e discosta dagli stilemi più consueti.

[Silvia] Aggiungo che, per quanto riguarda la nostra narrativa, non associamo la sperimentazione linguistica o la ricerca sulla prosa a un tipo di scrittura muscolare ed esibizionista. Sicuramente la nostra narrativa è spesso stilisticamente ricca e fiorita, però ci interessa soprattutto il modo in cui la lingua rispecchia e riflette un certo immaginario particolarmente forte e originale. Quindi sì, ci piace sperimentare anche con i regionalismi o altri elementi della lingua italiana, ma è soprattutto una questione di aderenza all’immaginario che si va a raccontare.

  • E infatti, a proposito di cose, o meglio, di parole che non c’erano: siete stati la prima casa editrice ad adottare lo schwa (ə) come desinenza inclusiva, sulla scia della proposta di Vera Gheno in Femminili singolari. Come mai questa scelta?

[Francesco] Innanzitutto vorrei fare una piccola premessa: non ci piace chiamarlo inclusivo. Abbiamo ovviamente chiaro cosa significhi questa etichetta, però “inclusivo” è una maniera subalterna di porre le cose, come se ti dovessi, appunto, includere nel mio mondo. No. Sono io che da casa editrice devo arrivare al tuo, è questa la differenza. Il maschile sovraesteso comporta un problema più che altro conoscitivo: di una moltitudine non riesco a sapere se ci sono più maschi, più femmine o più persone non binarie. In redazione, il discorso sullo schwa è arrivato con l’editing di Femminili singolari. Dopodiché, l’occasione fa l’uomo ladro, in questo caso l’editorə ladrə, e di fronte alla traduzione di Feminismo em comun di Màrcia Tiburi, da noi uscito col titolo Il contrario della solitudine, abbiamo dovuto fare una riflessione editoriale. Il suo è infatti un femminismo para todas, todos e todes, dove la desinenza -es marca il neutro, espediente che in portoghese funziona bene. La traduttrice aveva poi utilizzato l’asterisco in italiano ma, dopo averci parlato, abbiamo concluso che si poteva utilizzare lo schwa. Da quel momento in poi abbiamo proseguito la sperimentazione in questo senso, perché ci sembrava che una volta immessa la norma all’interno del testo fosse poco coerente ritornare al maschile sovraesteso. Questo vale solo per la saggistica, non per la narrativa, perché in quel caso equivarrebbe a imbrigliare un discorso di immaginario all’interno di gabbie che hanno poco a che spartire con la descrizione del reale, analisi che ha invece bisogno, a nostro avviso, di una maggiore precisione e una maggiore scientificità. Lo schwa ha un suo approccio scientifico, ha dei suoi studi dietro, ci siamo fatti una formazione in questo senso e stiamo sperimentando il suo utilizzo. Non crediamo di essere pionieristici, né che lo schwa conquisterà il mondo: si tratta, appunto, di una sperimentazione editoriale. 

[Silvia] Trovo buffo, quando si parla di schwa, che lo si descriva come l’unica possibilità o, peggio, come un’imposizione assoluta o una cancellazione del genere, quando la verità è che non è affatto così. Possiamo infatti parlare di linguaggio aperto, esteso, sforzandoci di utilizzare formule alternative. L’ideale sarebbe trovare varie possibilità linguistiche, anche a seconda anche di quello di cui si sta parlando e delle persone a cui ci si sta riferendo. Quello che cerchiamo di fare nella saggistica è poi evitare un abuso dello schwa, anche perché diventerebbe una scorciatoia banale, o un automatismo. Utilizziamo lo schwa in casi specifici: quando non è possibile non marcare un’altra cosa per evitare il maschile sovraesteso e quando una comunità è effettivamente composita. Per esempio in Vivere mille vite si parlava di gamers, un termine inglese valido per chiunque, mentre in italiano si parla di giocatori: in quel caso specifico l’utilizzo è pregnante, perché la comunità videoludica è molto maschile, machista e maschilista. Utilizzare lo schwa e dire ə giocatorə in quello specifico caso serve a sottolineare che ci sono anche altre figure, altre persone, altre identità che fanno parte di quella comunità. E poi chiaramente quando ci si riferisce specificamente a persone non binarie. Se si parla di Kae Tempest, diremo ləi.

  • Femminismi, ecologia, comunità lgbt+, autismo, anticapitalismo: i vostri Saggi Pop affrontano tematiche contemporanee molto eterogenee. Qual è, invece, la caratteristica che li accomuna?

[Francesco] Il fatto che sono storti, sono queer, non hanno una direzione specifica: di conseguenza sono privi di una centratura accademica, anche se la saggistica poi di fatto viene da lì. La nostra però è pop, è popolare. Le tematiche poi possono essere disparate, ma il punto in comune è che partono dal basso: è un queer editoriale, nel senso che non è “straight”, è diverso da quello che forma abitualmente l’editoria. Ci sono però tematiche che prediligiamo perché sono attinenti a questo essere storte, come  la sociolinguistica che si occupa di questioni di genere oppure, per esempio, di recente è uscito Canone ambiguo sulla letteratura queer italiana. Alla base della saggistica pop sta comunque un intento divulgativo basso ma con un ottimo linguaggio, che in accademia entrerebbe forse come “roba per ragazzi”. Anche se noi ovviamente ci auguriamo che i nostri saggi vengano letti anche dalle nuove generazioni.

  • Parlando invece della vostra esperienza di lettura: quali testi e quali storie vi hanno fatto sperare in un mondo diverso? Quali testi e quali storie vorreste leggere in futuro?

[Silvia] Io mi sono formata leggendo le collane come Le ragazzine o una serie di cose specifiche e mirate per le femmine. E poi tantissimo con la mitologia e i suoi riadattamenti, come Storie della storia della mondo, che racconta i miti in modo accessibile, una prospettiva dalla quale non posso più prescindere oggi. E poi tutta una grandissima parte di narrativa fantastica e fantasy. Ne cito una fra tutte che è la saga Queste oscure materie di Philip Pullman. Riguardando la serie e rileggendolo anni dopo, mi rendo conto della enorme complessità e stratificazione che contiene quel testo. Questo non per dire che le cose che voglio leggere in futuro siano soltanto fantastiche, anzi, giusto per mettere un contrappeso, i miei libri preferiti “da grandi” sono I Buddenbrock di Thomas Mann e Middlemarch di George Eliot. Quello che mi interessa è vedere come si può raccontare una storia senza semplificazioni, e aggiungendo a ogni lettura un livello di complessità diverso, con la possibilità di dare tantissime chiavi di lettura. E poi di essere anche impegnati, perché ci sono opere che trasmettono un chiarissimo afflato e impegno civile, e non per questo ci rimettono in potenza narrativa e in letterarietà. Quindi, diciamo che per il futuro quello che continuerò a cercare e desiderare è questo: un tipo di immaginario che può essere il più inquadrato possibile, o il più esploso possibile, ma che mantenga il seme di una capacità narrativa che vada oltre la mera storia presente.

[Francesco] Faccio prima un mea culpa importante: i miei autori preferiti sono tutti maschi. Ne cito tre italiani davvero giganteschi: Franco Basaglia, Giacomo Leopardi e Antonio Gramsci. Senz’altro tre figure o fari per il tipo di editoria che abbiamo in mente. In queste tre figure vedo molto del nostro modo di fare saggistica, che è lo stesso discorso dell’immaginario narrativo che faceva Silvia. In questo caso spalanchiamo, apriamo, storciamo e distorciamo l’immaginario. Tutti e tre sono stati in grado di aprire o squarciare uno spiraglio con la loro capacità analitica ma anche di immaginario. E il loro andare oltre, però, non è uno sconfinamento fine a se stesso, ma è sempre uno sconfinamento civile, che ha un seme collettivo e uno sguardo sull’altro. 

  • Rondini, la vostra collana di narrativa, esprime un’idea di letteratura inquieta e leggera allo stesso tempo: è per questo che ospita spesso voci di giovani esordienti? La narrativa è leggera e inquieta perché vi affascinano le contraddizioni o, al contrario, perché trovate interessante un tentativo di equilibrio?

[Francesco] Questi poli in realtà raramente si escludono. Non si può essere leggeri senza inquietudine e, del resto, una inquietudine senza leggerezza è senza via di scampo. Quindi è la seconda che hai detto, come direbbe Guzzanti. Questo equilibrio, però, spesso già c’è. Faccio l’esempio più vicino che abbiamo: Ada brucia, che ha vinto di recente fa il premio POP, è un testo molto inquieto, ma allo stesso tempo anche molto leggero: ha la capacità, appunto, di far convivere queste due anime, che sono contrastanti se uno le racconta, ma leggendo il libro si trova una storia che scorre come l’acqua. Lo sguardo di Anja Trevisan era già quello, doveva solo essere incoraggiato. Se riesci a centrare con facilità o semplicità questo tipo di equilibrio, allora è un libro per noi.

[Silvia] è vero che un certo tipo di scouting e ricerca di voci viene più facilmente attraverso riviste letterarie e proposte di esordienti. Questi sono di fatto i luoghi dove andiamo spesso a guardare e a informarci. Però non è la nostra regola quella di fare esordi, anzi in realtà è una cosa che nemmeno tendiamo a voler mettere in primo piano, perché non è il fulcro della nostra ricerca, quindi ben vengano autori e autrici già con una storia editoriale precedente. Però è senz’altro più facile a livello di scouting, ed è per questo che magari vengono fuori più esordi, anche se non è il nostro obiettivo, né la nostra priorità. Tant’è che in realtà siamo felici quando poi questa cosa funziona e gli esordienti passano oltre, magari al secondo romanzo rimanendo con noi, senza migrare altrove; per fiducia, per stima reciproca, perché effettivamente si è verificata quella non scontata consonanza di intenti, di voci, di modi di lavorare, insomma, di quello di cui si compone il lavoro di una casa editrice.

[Francesco] A dire la verità, fino a un anno e mezzo fa avrei campato solo di ricerca di opere prime, perché è bellissimo andare alla scoperta di nuovi sguardi sul mondo. Però, poi, mi sono reso conto che apprezzo molto la crescita di un autore in effequ, come per esempio Viviana Dominici che è al suo quarto libro insieme a noi. E quindi adesso quello che mi interessa di più fare, oltre alla parte della scoperta che è sempre bella, è poi consolidare la fragile prima parte di un esordio in una seconda più consistente.

  • Il logo di effequ è un piccolo airone con le zampe in acqua, colto nell’attimo di alzarsi in volo. Quali sono le radici da cui è partita, più di vent’anni fa? Cosa è rimasto fedele alle origini? Verso dove, invece, sta spiccando il volo? 

[Francesco] È una garzetta nella fattispecie, un animale molto comune a Orbetello, città di origine di mio padre, che è il fondatore di effequ. È un simbolo interessante perché è un po’ più lieve del gabbiano, un po’ più furbo della folaga, insomma rispetto a molti uccelli acquatici ha una sua particolare eleganza, almeno finché non apre bocca, perché il suo verso ricorda il gorgoglio di un ippopotamo. Francamente, però, tenderei a deretorizzare il più possibile il logo. Lo stesso nome effequ deriva dalle iniziali di mio padre, che sono poi anche le mie e di mio fratello. I nomi e i loghi secondo me non devono essere fantasiosi ma semplici, come appunto i cognomi: la forza e la fantasia, poi, stanno in quello che si pubblica. Cos’è rimasto di quello che c’era allora? Devo parlare di mio papà e della sua enorme curiosità nei confronti del mondo, che lo porta ancora oggi a essere desideroso di ascoltare tutto quello che viene dalle generazioni successive. È colpito da quello che pubblichiamo, e gli piace la nostra maniera di guardare al futuro, perché è interessato alle forme che non sono più della sua generazione. E questo è un tipo di apertura che mi auguro anche io di mantenere in futuro. Più che di apertura forse dovrei dire di curiosità, di meraviglia avrebbe detto Leopardi. Questa meraviglia è uno degli aspetti che è rimasto e che vorrei mantenere, non soltanto nella casa editrice ma anche in me stesso.

[Silvia] Mi riallaccio poi al discorso della curiosità, soprattutto in una persona più grande, perché quello che forse mi piacerebbe che diventasse effequ è proprio questo: un punto di riferimento per un tipo di informazione o narrativa, aperta e leggibile anche da persone che non hanno la nostra stessa età. Ci rendiamo conto, infatti, che in questo momento veniamo letti da persone della nostra età, ma difficilmente si sfonda un certo gap generazionale. Quello che ci piacerebbe fare è invece arrivare a queste persone. Uno dei grandi obiettivi per me è arrivare a parlare con persone che non sono della nostra stessa generazione, per eccesso o per difetto, e riuscire però a costruire un dialogo reale, uno scambio che funzioni e che non sia mera opposizione.

Lucia De Angelis, laureata in lettere ed ex corsista di minimum lab, ha lavorato come redattrice e attualmente si occupa di scrittura per il web. La sua passione per i libri e i femminismi ha dato vita a Musecolmuso, un podcast che racconta personagge non stereotipate dal mito alla narrativa contemporanea.

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