Traduttori si diventa: intervista a Cristiana Mennella

Traduttori si diventa: intervista a Cristiana Mennella

di Lara Dalla Vecchia

A circa un anno dal corso di traduzione letteraria dall’inglese, ultimo modulo del percorso di formazione in editoria di minimum fax che ho frequentato, ho intervistato Cristiana Mennella, traduttrice di Paul Auster, George Saunders, William T. Vollmann e molti altri.
Abbiamo discusso del ruolo culturale di chi traduce, e di come affrontare il lavoro su testi corposi e complessi. E soprattutto, ho raccolto dei consigli preziosi per i traduttori di domani.


Come ti sei avvicinata alla traduzione?
Mi sono avvicinata abbastanza tardi alla traduzione grazie alla scuola di Magda Olivetti, la prima in assoluto in Italia che si occupava di questo settore. Mi è sempre piaciuto tradurre, sebbene in realtà non fosse tanto la traduzione in sé ad appassionarmi, quanto la letteratura. Inoltre il lavoro d’ufficio, che avevo fatto fino a quel momento, mi stava stretto, quindi ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Dato che ho scelto consapevolmente una professione che mi permette di fare ciò che amo, non mi sono mai pentita di questa decisione.

Nel libro Lincoln nel Bardo di George Saunders che hai tradotto per Feltrinelli c’è una continua alternanza di voci molto diverse tra loro. Come hai cercato di renderla in italiano? È stato difficile?
È stato sicuramente difficile tradurre Lincoln nel Bardo; tuttavia questo libro è arrivato in un momento in cui mi ero già occupata di altre opere di George Saunders e avevo un rapporto pregresso con l’autore, che mi è sempre stato vicino aiutandomi a sciogliere i punti più critici. È stato un lavoro fruttuoso, fecondo: grazie a Saunders ho imparato a variare i registri, a utilizzare tante voci. Non è stata un’impresa facile, anzi, ma sapevo che non mi sarei buttata nel vuoto senza una rete di protezione. Nella resa delle voci, in particolare, mi è stato utilissimo l’ascolto dell’audiolibro perché il fatto di sentire la lingua nella sua dimensione tridimensionale mi ha permesso di concentrarmi sulle pause e sulle inflessioni della voce. Tutto ciò innesca nella mia testa dei meccanismi traduttivi felici. In generale, non ho un metodo specifico, ma cerco di ascoltare molto il testo e questa abitudine mi fa già entrare mentalmente nel libro che andrò a tradurre.

Sbagliare, correggersi e ricominciare è uno dei modi per imparare a tradurre meglio.

4321 di Paul Auster, che hai tradotto per Einaudi, è un libro di più di 900 pagine in cui Auster immagina quattro vite diverse per Archie, il protagonista. Considerando la lunghezza di questo libro e i tanti intrecci di trama, come hai organizzato il lavoro? Il tuo metodo è cambiato rispetto ad altre traduzioni di cui ti sei occupata?
Ogni libro mi detta le sue regole, quindi sono io che mi adatto di volta in volta, assecondando le necessità che impone il testo. Se c’è una capacità mimetica del traduttore è proprio questa: lasciarsi guidare dal testo su cui si trova a lavorare. Di conseguenza ogni libro è diverso, a volte un titolo può variare molto anche se è stato scritto dallo stesso autore; questo ci insegna che dobbiamo imparare a essere duttili nel nostro ruolo di traduttori. Così è stato anche per 4321 in cui Auster cambia completamente stile rispetto ai libri precedenti. Avevo già letto altri libri suoi, lo conoscevo come lettrice, quindi ero già preparata su di lui. Per quanto riguarda la mole, non è certo un libro adatto a chi è alle prime armi. In generale credo che sia un’enciclopedia dei problemi traduttivi: a livello stilistico, a livello di riferimenti culturali, a livello letterario (con cripto citazioni, giochi di parole) e a livello sintattico con il ricorso a frasi molto lunghe ed elaborate. 4321 è un testo meno difficile dal punto di vista della comprensione rispetto ad altri che ho affrontato, ma è stato sicuramente più complicato da gestire a causa della sua mole e della sua struttura. Tuttavia credo che confrontarsi con un testo complesso ci possa far fare il salto di qualità, potenziando le nostre capacità. Sbagliare, correggersi e ricominciare è uno dei modi per imparare a tradurre meglio.

Ti capita mai di rivolgerti direttamente all’autore del libro che stai traducendo in caso di dubbi? In base alla tua esperienza, qual è la reazione più comune?
In genere non ho mai avuto problemi in questo senso, anzi gli scrittori sono stati sempre gentili e collaborativi. All’inizio, quando traducevo soprattutto scrittori esordienti, mi capitava spesso di rivolgermi direttamente a loro per dubbi o domande. Anche grazie alle loro risposte ho arricchito la mia capacità di affrontare i testi. Ritengo che sia un buon modo per fare esperienza.

Da quando hai iniziato la tua carriera come traduttrice ti sei trovata a lavorare su testi molto diversi tra loro per stile e tematiche. Qual è stata la traduzione più ostica che hai affrontato finora?
Il primo approccio con le opere di Saunders è stato sicuramente ostico. Lo stesso vale per i libri di Vollmann che obiettivamente sono una lettura complessa anche per i lettori madrelingua. Vollmann utilizza frasi elaborate, a volte anche di ardua comprensione, ama le metafore bizzarre e scrive libri ciclopici. Riprodurre bene le sue opere in italiano, di conseguenza, è oggettivamente complicato.

Credo che ogni traduttore, così come ogni lettore, abbia una sorta di “comfort zone” traduttiva. È così anche per te?
No, non ho una particolare “comfort zone” traduttiva. Mi piace variare molto. I miei gusti dipendono un po’ dal momento della mia vita in cui mi trovo, perché non reagisco sempre allo stesso modo di fronte al testo. È proprio il meccanismo della traduzione in sé a piacermi.

A quale libro che hai tradotto sei più legata? Quale libro ti sarebbe piaciuto tradurre?
A livello affettivo sono molto legata ai libri di Saunders per il continuo scambio che si è instaurato fra me e l’autore, e poi perché, secondo me, al di là della tradizionale dote di suscitare immedesimazione, Saunders ha la capacità di smascherare il lettore, di metterne a nudo anche i lati meno lusinghieri. Mi piacerebbe tradurre anche classici del 900 e dell’800. Per esempio, dopo aver lavorato al libro di Auster su Stephen Crane, mi piacerebbe tradurre questo autore un po’ dimenticato ma fondamentale per la letteratura americana.

Quali libri hanno avuto un impatto maggiore nella tua formazione di lettrice e traduttrice?
Fin dai tempi dell’università, ho sempre avuto un grande innamoramento per John Keats e per la poesia in generale, perché penso che questo genere letterario ci apra molte porte della comprensione. Un libro che mi è piaciuto tanto è Furore di John Steinbeck. Ho apprezzato molto anche I Viceré di Federico De Roberto, mi piace la grande capacità di dire qualsiasi cosa di Gadda contrapposta alla limpida chiarezza di Primo Levi. Credo che sia necessario leggere molti autori italiani, perché la letteratura italiana è un nutrimento per il nostro lavoro di traduttori.

George Steiner diceva: «Without translation, we would be living in provinces bordering on silence».

Quale credi che sia l’impatto del lavoro del traduttore nella cultura attuale?
Credo che l’impatto della figura del traduttore sia grande, anche se spesso invisibile a occhio nudo. Se però pensiamo a quanti libri tradotti leggiamo, ci rendiamo conto che il traduttore forma la lingua. George Steiner diceva: «Without translation, we would be living in provinces bordering on silence». Senza le traduzioni, soprattutto da lingue meno frequentate, non avremmo la possibilità di conoscere altri mondi, storie e punti di vista sulla realtà. Credo che i traduttori abbiano quindi un ruolo fondamentale e una forte responsabilità, perché spostano e muovono la lingua.

Quale consiglio daresti ai giovani traduttori editoriali che desiderano inserirsi in questo settore?
È fondamentale conoscere la lingua di partenza e restare sempre aggiornati sui suoi continui cambiamenti. Consiglio anche di approfondire la propria preparazione letteraria, individuare le proprie lacune e cercare di porvi rimedio. La letteratura ci fornisce molte risposte e soluzioni dal punto di vista traduttivo, quindi dobbiamo avere gli strumenti per sfruttare questa grande risorsa. Dal punto di vista professionale, bisogna cercare di attivarsi il più possibile, essere determinati e non dare nulla per scontato. Per me il traduttore ideale ha una solida preparazione letteraria, linguistica, non smette mai di tradurre, è affidabile ed è guidato da una forte passione. Sono convinta inoltre che traduttori non si nasce, ma si diventa; credo che grazie a un grande lavoro e a un esercizio costante si possa migliorare molto.

Lara Dalla Vecchia lavora come editor e redattrice junior. Traduce dall’inglese e dallo spagnolo, studia lo svedese e non esce mai di casa senza un libro. Scrive le sue impressioni di lettura sul profilo Instagram accumulatricedilibri. Ha frequentato il percorso di formazione in editoria nel 2020-21.

[La foto è di Ashley Batz]

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