Una lezione di scrittura con William T. Vollmann

Una lezione di scrittura con William T. Vollmann

Questo è il resoconto della lezione aperta di scrittura tenuta da William T. Vollmann in persona il 12 settembre 2022 nella libreria Spazio Sette a Roma, in occasione del suo tour in Italia.

di Mara Famularo

William T. Vollmann non è decisamente uno scrittore qualunque. Autore di un’opera vasta e complessa, che spazia dalla fiction alla non fiction e a ragione è stata definita mastodontica, ha un approccio molto personale al lavoro: prima di raccontare storie e personaggi, che siano reali o inventati, cerca sempre di conoscerli a fondo, calarsi completamente nel loro punto di vista e vivere per quanto possibile direttamente le loro esperienze. Questo implica, per esempio, accamparsi nell’estremo Nord rischiando di morire assiderati (I fucili); vivere accanto ai senzatetto per cogliere la povertà in ogni suo aspetto e sfumatura (I poveri); praticare il crossdressing per interrogarsi su che cosa sia davvero la femminilità (The Book of Dolores).

Questa premessa, utile come invito ad approfondire il lavoro dell’autore leggendo le sue opere ma anche le interviste che ha rilasciato in occasione del recente tour italiano, è doverosa e necessaria per contestualizzare al meglio i consigli di scrittura che Vollmann ha dato nel corso dell’intensa lezione aperta tenuta il 12 settembre 2022, nella splendida cornice della libreria Spazio Sette a Roma.

Vollmann comincia la lezione salutando il pubblico ed esprimendo la speranza di essere utile a chi vuole dedicarsi alla scrittura o all’editing, pur consapevole che il metodo di lavoro è una cosa molto personale, e che quel che funziona per lui non necessariamente può funzionare per altri.
Racconta che all’inizio la famiglia di sua moglie non capiva bene che lavoro facesse, perché leggere, guardare nel vuoto, stare seduti in un angolo in silenzio sono azioni che non assomigliano molto a un lavoro. Alla fine questi parenti acquisiti si sono rassegnati all’evidenza che probabilmente non faceva nulla: il primo consiglio che Vollmann dà agli aspiranti scrittori è di perdonare sé stessi per le proprie mancanze, e sperare che chi ti sta accanto ti perdoni. Aggiunge anche che in effetti, in molti casi gli scrittori hanno cose da farsi perdonare perché col tempo diventano nevrotici, e in questo caso diventare psicotici subito può essere una soluzione che fa risparmiare tempo.

Come si lavora a un libro?

Ogni libro di Vollmann può venir fuori da processi di lavorazione differenti, perché la cosa importante per lui è non annoiarsi, dal momento che sceglie di lavorare duramente su ogni storia. Nel caso dei racconti di Ultime storie e altre storie, ha messo insieme diverse suggestioni: il fascino della città di Trieste, la curiosità di mettersi nei panni di un uomo serbo che vive in una città italiana e un buon piatto di calamari gli hanno spontaneamente suggerito l’immagine di un cefalopode vampiro che garantisce l’immortalità.
I Seven Dreams – ossia il ciclo di sette romanzi (tra cui I fucili e La camicia di ghiaccio) che raccontano eventi storici in cui gli europei hanno incontrato delle popolazioni indigene, con esiti tragici per queste ultime – hanno richiesto una fase lunga e accurata di studio e documentazione per consentire allo scrittore di avere chiaro il punto di vista dei personaggi, dal momento che ogni romanzo parte da episodi storici comprovati.
Per la struttura di Puttane per Gloria si è invece ispirato al lavoro dei formalisti russi, in particolare a Morfologia della fiaba di Vladimir Propp. Storie della farfalla è invece un racconto che ha in sé molti elementi propri del reportage.

L’altro esempio, più articolato, riguarda un libro inedito in Italia, Kissing the Mask, una riflessione sulla bellezza e sulla femminilità a partire dal teatro nō giapponese. Le radici del libro si possono far risalire a quando Vollmann, da ragazzo, frequentava una libreria gestita da una coppia molto gentile che gli regalava libri in cambio di un po’ di aiuto in negozio. In quel periodo ebbe l’opportunità di leggere una traduzione inglese di alcuni drammi del teatro nō, tutti incentrati su personaggi che nutrono un sentimento – di amore infelice, gelosia, vendetta – così forte che li tiene legati a un luogo o a un oggetto anche da morti, in veste di fantasmi.
Mentre era in viaggio in Giappone, Vollmann ebbe l’opportunità di assistere agli spettacoli del teatro nō della illustre famiglia Umewaka. Questo teatro ha un patrimonio di costumi di scena, tra cui kimoni antichissimi (che, come da tradizione, non vengono mai lavati) e soprattutto maschere. La maschera sembra essere la cosa più importante nel teatro nō, tanto che prima di uno spettacolo si impiega diverso tempo a scegliere quale indossare. E in effetti ogni maschera è una vera e propria opera d’arte, e in base all’angolazione da cui la si guarda sembra mostrare espressioni del volto diverse.
L’attore più anziano, il decano della famiglia, in alcuni casi recitava ruoli femminili, com’è tradizione del teatro nō dove ci sono solo attori e non attrici. In una di queste esibizioni, l’attore indossava calze bianche e una maschera femminile: nonostante la corporatura da vecchietto basso e curvo e la voce gracchiante, in scena riusciva effettivamente a trasformarsi in una giovane e bellissima fanciulla. Questa constatazione ha spinto Vollmann a riflettere sul concetto di femminilità e su quanti modi ci sono per esternarlo. Da qui ha deciso di ingaggiare delle geishe perché gli insegnassero a muoversi con eleganza e a versare il tè. Una volta tornato a casa, ha chiesto a delle prostitute transgender di insegnargli a muoversi da donna, e ha provato a mescolarsi con loro senza però riuscire a convincere i loro clienti, che lo hanno smascherato subito lanciandogli contro delle bottiglie.
Flaubert diceva «Madame Bovary c’est moi». Guardandosi allo specchio mentre era vestito da donna, Vollmann si è concentrato su questo personaggio femminile che era lui ma anche qualcos’altro da lui. Così è nato il personaggio di Dolores e The Book of Dolores, un’ulteriore riflessione, questa volta anche visiva e fotografica, su come la femminilità non sia necessariamente un fatto biologico, non abbia a che fare con il corpo con cui nasciamo, ma con i corpi che desideriamo, e sia in fin dei conti una performance, che ha che fare con il modo di muoversi e di vestirsi.

Editing e scrittura

Scrivere non è un lavoro che garantisce grossi guadagni, ma almeno consente la libertà di fare le cose a modo proprio, e di sbagliare quanto si vuole a patto di assumersene le conseguenze. Per questo motivo Vollmann preferisce sbagliare di suo piuttosto che rimpiangere gli errori nati dalle correzioni degli editor, che spesso gli chiedono essenzialmente di accorciare i libri, che effettivamente sono sempre molto lunghi. Ma per Vollmann un libro è come un figlio, di cui non amputerebbe mai nessuna parte. Ammette però di essere un autore difficile con cui un editore e un editor possano relazionarsi. Al contrario, con le riviste appare molto più disponibile dal momento che il compenso è legato al singolo articolo. Nel rapportarsi alle riviste, Vollmann si paragona a una prostituta che fa esattamente quello che il cliente le chiede, anche se ammette di non essere bravo come molte di loro nello strappare più denaro di quanto pattuito.

La libertà della scrittura

La libertà è solitudine laddove si sceglie di essere in un modo in un posto abitato da gente che la pensa in maniera diversa. In questi casi, infatti, essere liberi implica provare vergogna, subire umiliazioni, far fronte a problemi di soldi, tormentarsi per la paura di non farcela e di aver sbagliato tutto. Ma se si sceglie di essere liberi, non si fa del male a nessuno se ci si prende la responsabilità per gli errori fatti e si soffre da soli.
Il binomio libertà e scrittura induce Vollmann a fare anche un altro tipo di riflessione, relativa al politicamente corretto e alla lista di parole che non si possono più usare perché risultano offensive per alcune minoranze. Si interroga su quale sia la posizione che ognuno preferisce prendere: è meglio mostrarsi gentili attingendo a un’idea di gentilezza fissata da altri, oppure dire quello che si vuole dire assumendosi la responsabilità delle proprie azioni così come delle parole usate?

Perché scrivere?

Vollmann sente che il senso della sua vocazione alla scrittura è cambiato nel corso degli anni. Da ragazzino si rifugiava nei libri perché, anche a causa di problemi alla vista che lo rendevano inadatto a fare sport, non aveva amici e non riusciva ad interagire con i coetanei. Per questo motivo passava molto tempo da solo a leggere e a scrivere.
In passato sentiva di scrivere con l’obiettivo esclusivo di soddisfare sé stesso e il il libro che stava prendendo forma, nell’ottica in cui un libro è come un figlio, qualcosa che è nasce da chi lo scrive ma che poi diventa un’entità autonoma e indipendente, che affronta il mondo sulle sue gambe.
Adesso Vollmann ammette di sentire prima di tutto il bisogno di fare cose che siano utili anche per gli altri. E questo non per rimediare a una forma di odio verso sé stesso. Molti Anche se sa di essere imperfetto, e sente addosso a sé il macigno di aver compiuto grandi errori, almeno non odia sé stesso, come invece hanno probabilmente fatto Mishima, Pavese e Lovecraft.

La scrittura e internet

Vollmann non ama molto le interferenze che internet crea con la vita delle persone. Sul fatto che i dati personali e sensibili possano finire in mani altrui ed essere usati in vario modo, lo scrittore ha purtroppo un’esperienza diretta: per anni è stato spiato dall’FBI, che ha su di lui un file abbastanza corposo, dal momento che era sospettato di essere Unabomber.
Per quanto riguarda i social, Vollmann ritiene che la comunicazione istantanea sottragga tempo prezioso e impoverisca e banalizzi le interazioni. Ecco perché preferisce scrivere soltanto libri.

Molti di questi spunti di riflessione sono venuti fuori in risposta alle numerose domande fatte da chi era presente. L’incontro si è concluso “alla Vollmann”, con un firmacopie in cui l’autore ha dedicato a ognuno qualche momento di conversazione e una dedica disegnata. Anche se il ricordo più prezioso che possiamo conservare della lezione aperta di Vollmann è l’impressione tangibile dell’umanità e sensibilità di uno scrittore che pure ha vissuto esperienze di vita difficili e non ha avuto paura di mettersi a nudo nel raccontare realtà complesse.

Mara Famularo si occupa dell’organizzazione e della segreteria dei corsi minimum lab. Nel tempo libero scrive di fumetti.

[Le foto sono di Paolo Pirani]

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