Libri e debiti: le storture del mercato editoriale – lezione aperta di Emanuele Giammarco

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Libri e debiti: le storture del mercato editoriale in Italia lezione aperta di Emanuele Giammarco

Per inaugurare l’edizione 2021/2022 del percorso di formazione in editoria, si sono tenute tre lezioni aperte per introdurre i temi che verranno affrontati poi durante l’anno. Questo è il racconto dell’ultimo incontro a cura di Emanuele Giammarco fondatore di Racconti Edizioni e docente dei moduli di editing e di narrativa – sul funzionamento e le pecche del mercato editoriale italiano.


di Carmela Fabbricatore

La terza delle lezioni con le quali minimum lab, quest’anno, ha aperto le porte dei suoi corsi di formazione ha fornito un approfondimento critico delle questioni nevralgiche che riguardano l’attuale sistema editoriale italiano, stimolando alcune riflessioni sulle prospettive future. Guidati da Emanuele Giammarco – editore di Racconti edizioni – ci si è addentrati, nello specifico, nell’analisi del ruolo paradossale che la distribuzione editoriale assume nelle dinamiche di un settore in crisi perenne.

I paradossi della distribuzione editoriale

Quando un editore ha pronto un libro, ci sono due alternative per farlo avere alle librerie: in maniera diretta o indiretta.  

Nel primo caso, l’editore instaura un rapporto diretto con le librerie, spesso basato sul conto deposito: la libreria fa sostanzialmente da magazzino finché non vende la copia, che viene rendicontata (ogni mese, bimestre, trimestre ecc.) e fatturata solo alla vendita. Un conto diretto, però, può anche essere impostato in assoluto: la libreria si impegna a pagare i libri che acquista dall’editore, entro un determinato lasso di tempo, indipendentemente dal fatto che venda o meno quei libri, con o senza diritto di resa.  

Nel secondo caso, invece, esiste un intermediario fra l’editore e il libraio e si tratta proprio del distributore, pilastro portante e, insieme, punto controverso del sistema.

La distribuzione svolge una funzione estremamente importante nella filiera editoriale. Essa contribuisce a rendere disponibili i libri nei luoghi e nei tempi giusti, realizzando, di fatto, quell’incontro tra domanda e offerta che concretizza gli sforzi complessivi del lavoro di editoria. Essa permette di superare alcune discrepanze tra impresa e mercato, agevolando il processo di vendita. La distribuzione, in particolare:

  1. assicura la reperibilità del prodotto editoriale in contemporanea e in maniera capillare su tutto il territorio;
  2. gestisce il flusso di immissione dei libri sul mercato (sia in termini di quantità che di tempistiche), garantendone il riordino, in modo da soddisfare al meglio le esigenze dei fruitori. A tal proposito, la distribuzione si avvale di diversi tipi di magazzino. Ad esempio, il magazzino lanci è dedicato ai libri che sono stati ordinati nel periodo di promozione. Il magazzino rifornimenti è invece dedicato ai libri che potrebbero essere riordinati nel periodo successivo al lancio.

In un contesto di crisi sistemica della domanda editoriale, la funzione strategica svolta dalla distribuzione ha fatto sì che, nel tempo, questa assumesse un ruolo dominante nella definizione dei rapporti contrattuali tra i vari attori della filiera, sia a monte, nei confronti dell’editore, che a valle, nei confronti delle librerie. Vediamo come.

Tecnicamente, l’editore vende alla libreria un certo numero di copie di un titolo X (sell-in), che giungono al punto vendita grazie al distributore e alla sua organizzazione logistica. Il distributore ripartisce il numero di copie tra le librerie che ne hanno fatto richiesta con il sistema delle prenotazioni, trattenendo una percentuale. La quantità di copie effettivamente venduta al pubblico viene invece identificata come sell-out. Se, al termine di un determinato periodo, il numero di copie immesse sul mercato è superiore a quello del venduto, chi vende al dettaglio ha la possibilità di restituire i titoli invenduti al distributore che a sua volta, nel caso non vengano riordinati, li rispedisce all’editore (resa). Ecco dunque che, a fine mese, l’estratto conto che il distributore invia all’editore si compone sia delle voci attive legate al sell-in, che delle voci passive derivanti dalle rese e dai costi ad esse associati.

Dal punto di vista finanziario, la logica del sell-in garantisce all’editore un flusso prevedibile di entrate, che gli consente di programmare le proprie attività con un sufficiente margine temporale. Tuttavia, si comprende che, quello che, in origine, si configura come un credito vantato dall’editore nei confronti del distributore per il sell-in, corre il serio rischio di diventare un debito, per via dei meccanismi compensativi innescati delle rese. Il rischio è ormai una realtà concreta, spiega Giammarco, e porta con sé degli effetti negativi che si amplificano nei momenti di calo delle vendite, siano essi fisiologici (es. ciclicità stagionale) o imputabili a cause straordinarie (es. pandemia). Consideriamo, poi, la prospettiva del punto vendita al dettaglio: Il libraio, è chiamato ad onorare in maniera puntuale gli obblighi nei confronti del distributore, a prescindere dalle vendite effettuate. Se, da un lato, la logica delle rese garantisce la sua sopravvivenza, dall’altro, questa gli consente di poter “alleggerire” l’onere finanziario nei confronti del distributore quando le vendite sono inferiori alle aspettative. Ecco, quindi, che obiettivo del libraio non è solo la vendita del libro in sé ma, più in generale, rendere sostenibile il debito che egli stesso matura nei confronti del distributore. E le rese costituiscono un utile strumento a tal fine.

In questo scenario, l’aspetto più rilevante è dato dal fatto che il distributore si trova a gestire tanto i flussi di libri quanto i relativi flussi di denaro. Trovandosi in una posizione di costante credito nei confronti degli editori, riesce ad esercitare un maggior potere contrattuale. A conti fatti, il distributore detta le regole del meccanismo sell-in/out secondo il proprio tornaconto, riuscendo peraltro a imporre una serie di clausole accessorie estremamente onerose per l’editore. Per esempio, la gestione dei flussi di denaro è fatta in modo tale che il pagamento delle rese venga richiesto dal distributore prima di quanto il distributore paghi gli incassi prodotti dal sell-in.

Qualora, poi, il numero di copie rese superi una certa soglia considerata fisiologica dal distributore (solitamente intorno al 30%), l’editore è chiamato a sostenere una penale, identificata come franchigia rese. Con il sistema della franchigia, il distributore si sgrava, di fatto, dei rischi associati alle rese, facendoli ricadere sull’editore. Eppure, si potrebbe argomentare che non necessariamente un libro reso non abbia mercato ma, al contrario, può essere che ne venga fatta richiesta contestuale in un’altra zona geografica. Una questione che sarebbe di competenza della logistica, appunto, ma il cui peso viene fatto ricadere economicamente sulle spalle degli editori proprio attraverso la franchigia. A ciò si aggiunge il fatto che il ricircolo delle rese e l’occupazione dei libri invenduti nel magazzino editoriale generano dei costi addizionali che vanno a decurtare ulteriormente il flusso di entrate originato dal sell-in. In generale, si evidenzia che i rischi dell’invenduto non sono equamente distribuiti sui vari player della filiera, ma sono gli editori e i librai a sopportarne maggiormente il peso. Al contrario, il distributore riesce a tutelarsi in tutte le fasi del processo di vendita, riuscendo addirittura a trarre profitto dal sistema delle rese.

Tutto questo genera una serie di effetti distorsivi che condizionano profondamente l’intero settore. Tra questi, il più importante è forse quello della sovrapproduzione di titoli. La casa editrice immette nuovi titoli sul mercato non solo per rispondere ad una reale esigenza dei lettori, ma anche per garantirsi quei flussi finanziari in entrata che la marginalità non riesce a generare nei tempi e nelle quantità giuste.  Altra conseguenza di tale meccanismo, è che spesso, quando un libro arriva al punto vendita, non ha il tempo necessario per farsi notare e potersi accaparrare l’appellativo di buon libro o cattivo libro. La frequenza con cui vengono immesse le novità sul mercato è talmente alta da limitare notevolmente il loro tempo a scaffale.

Qualcosa non torna: caporalato e precarietà in editoria

Lo scenario appena delineato illustra come la distribuzione funga in qualche misura da “collettore” delle risorse finanziarie del settore. Esattamente come una banca, il distributore si pone a supporto della gestione della liquidità della casa editrice, riuscendo a trarre profitto dal disallineamento tra le esigenze della domanda e quelle dell’offerta. Saremmo indotti a pensare che il distributore sia il player più ricco della filiera editoriale, tesi che assume ancora più rilevanza se si considera che l’altissimo grado di concentrazione del comparto, con la sola Messaggerie libri ad accaparrarsi il 40% del mercato, seguita da Mondadori (che ha, peraltro, di recente acquisito il 50% di A.L.I, distributore di riferimento di numerose case editrici indipendenti) e, in via residuale, da Giunti distribuzione. Si resta dunque doppiamente sgomenti di fronte alle notizie delle mancate tutele ai lavoratori del comparto logistico, sfociate negli scorsi mesi nelle tensioni di Città del libro di Stradella (PV), il più grande centro di smistamento di libri in Italia, nato da una joint venture tra Messaggerie e il colosso multinazionale Ceva Logistics. Esse sono specchio di una più generale situazione di precarietà, legata ad una pratica ormai consolidata: l’esternalizzazione della forza lavoro presso soggetti terzi, di solito cooperative operanti ai limiti della legalità, che utilizzano manodopera straniera a basso costo. Se, da un lato, l’esternalizzazione può trovare una spiegazione nell’esigenza di rendere più efficienti taluni processi e contenere i costi, dall’altro, si fa molta più fatica a giustificare la superficialità con cui i grandi attori dell’editoria scelgono i propri partner. Un discorso, questo, che non riguarda solo la logistica ma anche altri rami della filiera editoriale, come dimostrato dai recenti scandali che hanno coinvolto i vertici di Grafica Veneta.

La logica dell’esternalizzazione come strumento per il contenimento dei costi ha portato, nel tempo, a far fuoriuscire un numero sempre maggiore di lavoratori dalle tutele garantite dalla contrattazione collettiva per farli rientrare in una sorta di limbo non sufficientemente regolamentato dal diritto del lavoro, fatto di rapporti ibridi e, spesso, poco trasparenti. E’ quanto accade da tempo per le professioni intellettuali, ormai condannate a navigare nel sottobosco delle partite IVA, che fanno fatica a far sentire la propria voce. In questo senso, risulta prezioso il lavoro svolto da Acta in Rete, associazione nata per rappresentare e supportare i diritti del lavoro freelance. I fatti sopra riportati dimostrano, poi, come il perverso meccanismo di migrazione dal mondo delle tutele al mondo dell’incertezza contrattuale abbia alla fine coinvolto anche comparti tradizionalmente più solidi (come tipografie e distributori), i cui lavoratori sono sempre più spesso inquadrati con contratti a termine presso società terze dalle dubbie referenze. L’argomento desta l’interesse crescente anche del giornalismo d’inchiesta. Si segnala, a tal proposito, un recente articolo apparso su Il Tascabile e l’importante lavoro di Maria Elena Scandaliato, Arafat va alla lotta, Mimesis 2021, che, partendo da una storia di immigrazione e clandestinità, fa luce sulle condizioni di sfruttamento in cui versano migliaia di lavoratori precari.

Infine, si nota con un certo rammarico il disinteresse per tali questioni da parte delle grandi sigle sindacali, totalmente assenti dallo scenario appena descritto (con la sola eccezione di STRADE, ramo della CGIL dedicato ai traduttori). Un vuoto colmato solo parzialmente da sindacati indipendenti dallo scarso potere contrattuale.

Tutti i nodi vengono al pettine: quali prospettive per il futuro?

La pandemia da COVID-19 ha messo in risalto tutte le disfunzioni della filiera editoriale, amplificando gli effetti negativi derivanti da quelle distorsioni che sono state già oggetto di importanti riflessioni in passato. La chiusura dei punti vendita fisici ha, di fatto, interrotto i flussi di cassa della filiera generando grosse incertezze per tutti gli attori della catena, che si sono trovati ad affrontare una crisi senza precedenti storici. A soffrirne maggiormente sono stati i piccoli editori e le librerie indipendenti, che hanno sfiorato il tracollo finanziario.

Ora che tutto sembra tornare alla normalità, ci si chiede se non sia finalmente giunto il momento di porre un argine alla crisi della crisi dell’editoria e ripensare l’intero sistema, in modo da rendere più sostenibili i rapporti finanziari tra editori, distributori e librerie. Piccole misure concrete potrebbero fin da subito venire incontro agli editori, tra queste rendere gratuito il ricircolo delle rese e abolire la franchigia sulle stesse. In questo senso, non si registra al momento nessuna apertura significativa da parte dei distributori tradizionali, che continuano a dimostrarsi ingessati e poco reattivi di fronte alle tangibili difficoltà dell’intero settore.

Un segnale positivo è però arrivato dai lettori. Nel 2020, il mercato del libro in Italia è cresciuto del 2,4%, un dato alquanto sorprendente se si considerano i trend storici. Le vendite sono state trainate dal canale on-line, che ha visto Amazon affermare la sua posizione di nuovo protagonista del panorama distributivo. Se da un lato questo ha dato un po’ di respiro agli editori, non si può dire lo stesso per le librerie (indipendenti e di catena), che hanno incassato un duro colpo. I distributori tradizionali, a loro volta, si sono trovati a dover affrontare un concorrente nuovo e spietato, che mette in discussione la loro storica posizione di forza all’interno della filiera. L’imponenza di Amazon, infatti, cambia totalmente le regole del gioco, originando prospettive inedite e prefigurando nuovi scenari per la distribuzione editoriale. Per gli editori si configurano dunque nuove opportunità da cogliere, ma, anche qui, si potrebbe argomentare: a quale prezzo?


Carmela Fabbricatore, laureata in economia, ha frequentato percorso di formazione in editoria di minimum lab.


La foto di copertina è di CHUTTERSNAP da Unsplash.

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