Settembre, un racconto di Giorgia Simoncelli

Giorgia Simoncelli è nata e vive in provincia di Roma. Laureata in storia dell’Arte Contemporanea, è pubblicista dal 2012. Ha vinto il concorso ioscrittore del Gruppo Editoriale Mauri Spagnol ed è arrivata finalista al Premio Letterario Nazionale Bukowski, al concorso Odissea e a Hypnos. Come curatrice ha pubblicato con Gangemi Editore, Skira, L’Erma di Bretschneider. Ha racconti pubblicati con Delos Digital, Edizioni della Sera e Watson.
Il suo primo romanzo Il disegnatore di nuvole, Edizioni Piuma, ha vinto la XXXVII edizione del Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni – premio Simonetta Lamberti – Narrativa Ragazzi.
Lo scorso anno ha frequentato il nostro laboratorio di narrativa, dove è nato il racconto che segue.


Settembre

Camminavano al centro della strada scorticata, una accanto all’altra come il riflesso della stessa persona: Priscilla con le mani in tasca, la solita maglietta nera da cui spuntavano braccia magre e pallide nonostante l’estate appena finita, mentre lei, Sara, era a piedi scalzi, occhi chiusi e dita strette alla fibbia della cintura dei pesi da sub trovata a casa di Marco: una strana coda che continuava a rimbalzarle dietro trascinata sull’asfalto spaccato dalle radici dei pini. Erano duecentoquattro passi dal bar di Tiziana (ora con la catena al cancello) fino alla sbarra del viale per l’accesso al mare e poi altri novantasette di spiaggia prima di arrivare al molo. Lo sapevano entrambe, ci avevano consumato le ciabatte per anni sopra quel pezzo di cemento per andare col retino a caccia di granchi o solo per farsi bagnare dallo spruzzo che usciva dal buco sugli scogli. Così come conoscevano ogni siepe, tombino, o albero sopravvissuto alla sega di suo padre, custode-giardiniere-tuttofare del comprensorio alla fine della litoranea. Il buco poi era il loro segreto, alla fine degli scogli, oltre il sasso piatto a forma di rombo, proprio vicino a dove si sdraiavano con i teli da mare Marco, Claudia, Jacopo e Alice. Ogni anno a settembre forse per un cambio della marea, per la spinta di nuove correnti, o chissà cos’altro, cominciava a spruzzare acqua trasformando gli scogli nell’immenso corpo di una balena (così diceva Priscilla) che sputava dallo sfiatatoio sulla schiena e che osservava l’orizzonte pronta a raggiungere il largo e a portarle lontano
«Sare’ ti devo dire una cosa».

La voce sottile di Priscilla la fece sussultare riportandola coi piedi sull’asfalto. Sara alzò la mano facendo segno di aspettare, senza aprire gli occhi o smettere di contare. Centosette passi ed erano davanti a casa di Alice, centotrentaquattro e c’era il cancello rosso di Jacopo. Avevano già frugato i giardini delle villette del lato nord del comprensorio recuperando un paio di materassini sgonfi, qualche giocattolo da spiaggia, un costume troppo largo per entrambe, una borsa di tela rotta e la cintura da sub lasciata sopra il tavolo di pietra a casa di Marco. Una cosa inutile e che avevano preso solo per farla finire con un bel tonfo dentro al buco, proprio come tante altre. Adesso non restava che la villa di Claudia sul lato opposto del comprensorio. Era da lì che ogni anno tiravano fuori i pezzi migliori: un paio di occhiali, le cuffiette del cellulare, perfino dei sandali nuovi che mettevano a turno quando Claudia non c’era. Tanto a lei che importava? Se li aveva lasciati voleva dire che non le fregava poi molto. Era partita, come tutti, dopo un abbraccio, un “Dai, restiamo in contatto”, dimenticando quello che già non le serviva più, così come la casa delle vacanze, le ore passate sul molo, lei, Priscilla. E allora che si fottesse, Claudia così come gli altri e le loro vite lontane perché quel posto era solo loro, di lei e Priscilla, che ci restavano anche quando non c’era nient’altro che rubare nelle villette chiuse, o camminare sul bagnasciuga, o giocare coi pochi gatti rinsecchiti, le bisce, i ricci.

Alla sbarra Sara aprì gli occhi e li piantò dentro quelli di Priscilla: «Certo che merde!», sbottò. «Alla faccia del “restiamo in contatto”. Sono due settimane e nemmeno un messaggio, niente!». Lo disse dando uno strattone alla coda di pesi. In aria due gabbiani strillavano rincorrendosi nel cielo.

Priscilla storse la bocca in un sorriso a metà per poi voltarsi verso il mare. A settembre si vedeva già da lì, senza ombrelloni montanti, senza il cartello di compensato ritagliato a mezza luna da Roberto e fissato su due pali di legno rosso con su scritto “Benvenuti a Baia Verde”. Ora non eri benvenuto da nessuna parte. Solo sabbia, acqua infinita, uccelli solitari e la balena pronta a prendere il largo.

Proseguirono in direzione del molo, i piedi sprofondati nel tiepido, la cintura che le seguiva in un solco continuo sulla sabbia quasi a voler resistere al suo prossimo destino d’abisso. Priscilla camminava in silenzio, mani in tasca, testa bassa. Si sentiva triste e felice e in colpa.

Sara si arrampicò saltando sulle pietre levigate dal vento fino al sasso a forma di rombo. Pochi balzi prima di fermarsi di colpo. «Al tre?» chiese. «Al tre.» confermò Priscilla. Sara contò e un attimo dopo ecco la cintura volare e inabissarsi con un tonfo sordo dentro al buco. Lo spruzzo che seguì fu più alto del solito e bagnò entrambe.

«Cazzo!» Sara si asciugò la faccia con il dorso della mano, poi scoppiò a ridere, sfilò la maglietta e si mise a sedere chiudendo gli occhi verso il sole. Priscilla la imitò.

«Devo dirti una cosa importante». Si accorse di avere la voce tesa, sottile.

«Spara».

Priscilla guardò i gabbiani che continuavano a rincorrersi e sperò per un attimo di diventare uno di loro. Si sentì sovrastata dal cielo, dal silenzio, dal corpo di Sara che si godeva il sole. «Ecco… beh, c’è una novità. Papà… sì, papà ha trovato un nuovo lavoro e… insomma… fra una settimana partiamo».

«Che?» Sara si voltò per fissarla proprio come un attimo prima. Aveva due occhi immensi e stavolta Priscilla non ce la fece a sostenerli ritrovandosi a fissarsi le mani: un mucchietto di ossa nervose. «È una cosa bella, insomma, un salto di carriera, papà lo ripete di continuo… comincia fra due settimane e… niente…»

Sara aveva la faccia incredula, lo sguardo improvvisamente cupo e lucido di lacrime. Un attimo dopo invece fissava il mare, la spiaggia, il molo.

«E io che faccio adesso?» la domanda sembrò scapparle via.

Priscilla allungò la mano per toccarla ma Sara si scostò.

«Dai Sare’, non cambierà niente. Ci sentiremo tutti i giorni e poi i fine settimana sarò qui. Mamma non vuole che la casa resti vuota troppo a lungo, lo sai… i ladri, d’inverno è sempre un casino».

«Da quanto lo sapevi?»

Priscilla sentì il cuore battere più forte, il sudore bagnarle i palmi. «Non c’era niente di certo… solo ieri è arrivata la conferma».

«Da quanto!»

Priscilla cominciò a tormentarsi le dita: «Ma che importanza ha?»

Sara non rispose. Solo si alzò e si avvicinò al buco dandole le spalle. Sembrava tremare contro il bagliore del cielo azzurro.

Priscilla sentiva la gola chiusa e dura, un tubo di ferro, il cuore veloce che si era spostato dentro le orecchie, assordante. Erano settimane che cercava il momento giusto, anche prima nel giardino di Marco, quando Sara si era incazzata perché non avevano trovato altro che quella stupida cintura di pesi. Ma non c’era mai quel maledetto momento. Mai!

«Papà ce lo ha detto in montagna. Che… ecco… c’era una novità e che avrebbe potuto cambiare le cose. E io… sono contenta… insomma… per lui.»

«Sei una stronza!»

«Scusa?»

«Sì, come tutti gli altri!»

Priscilla lo sentì chiaramente, un tonfo dentro, insieme a un calore improvviso che saliva dallo stomaco alle guance. Sara continuava a stare di spalle, con i pugni stretti, il corpo teso che si muoveva a scatti trattenuti.

«Me lo dovevi dire, subito! Così avrei avuto il tempo di… di…» Il pianto arrivò improvviso mentre un nuovo spruzzo sbuffava dal buco e travolgeva Sara bagnandola dalla testa ai piedi. Lei si coprì il viso, si scosse. Dalla bocca serrata un lamento strozzato che non sembrava più nemmeno la sua voce.

«Ti prego non fare così». Priscilla le andò vicino e con la mano che tremava provò a toccarla di nuovo. Sara Stavolta non la scostò, si voltò invece e sprofondò tra i singhiozzi in quel mucchietto di ossa che odorava della sua migliore amica.

«Sarà come sempre. Te lo giuro! Verremo qui come sempre. Niente cambierà. Vedrai!» La voce di Priscilla tremava, come tutto quello che le circondava e che non aveva più contorni nella confusione dalle lacrime. I gabbiani volvano ancora, due macchie bianche nel cielo troppo azzurro.

Sara scosse la testa, la faccia nascosta nel petto di Priscilla. Lì sotto era ancora tutto come sempre e per un attimo volle crederlo ancora così: il molo dove si erano incontrate la prima volta, due bambine sole su una spiaggia immensa e che senza parlare si erano messe a cercare sassi e conchiglie per poi buttarle nel buco mentre l’acqua spruzzava in alto e le bagnava. Quanto avevano riso quel giorno. «Ci vediamo domani? Alla nostra balena?» Era stata Priscilla a chiederlo. Settembre era sempre stato questo: l’inizio, della scuola, delle strade vuote e della loro amicizia. Era a settembre che Priscilla tornava dopo i mesi passati in montagna, quando la gente di città ostruiva il litorale e il sole era troppo caldo per la sua pelle. «Ci rivediamo qui» le diceva sul molo quando Roberto aveva cominciato a montare le prime tavole del bar e a spianare la sabbia per gli ombrelloni. E la sua era una promessa. «A settembre!» rispondeva lei che già pensava agli amici che presto sarebbero tornati con un nuovo anno di vita da raccontare e che non le avrebbero fatto sentire la mancanza di Priscilla, almeno per un po’.  

«Invece cambierà tutto» singhiozzò con gli occhi serrati tanto forte da sentire male dietro le palpebre. Priscilla non rispose, non la strinse di più mentre un nuovo sbuffo della balena arrivava a bagnarle e il respiro di Sara a fatica cercava la strada per tornare normale.

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