Storie oltre l'umano • parte uno / 2026
Una delle tappe del laboratorio di narrativa è un modulo dedicato alla scrittura dell’ambiente e del territorio: in questo modulo ci siamo sfidati a scrivere delle storie che non avessero come protagonisti gli umani, e nemmeno degli animali umanizzati. Scrivere storie che, invece, raccontassero di piante, animali, elementi naturali: queste sono le prime tre venute fuori dall’edizione 2026, mentre qui ci sono quelle dello scorso anno.

Vita immaginaria di una roverella, di Lucia Cherubini
Germogliò come un capriccio infantile, da una ghianda in un vaso sotto una manciata di terriccio. Dilatò le prime foglie in una brezza fresca e asciutta, il profilo lobato ancora coperto da una tenera peluria.
Ebbe in tutto sei rinvasi: le radici palpate da mani diverse, strette attorno a un pane di terra, conobbero contenitori di plastica e terracotta e legno. Anche l’aria cambiò, di tanto in tanto, a intervalli di lunghi viaggi bui. Dapprima secca, divenne salmastra: messaggi di finocchietto di mare, ligustro, agave e arancio; poi si cambiò in rovente e fetida, dilaniata da cacofonie di molecole sudicie che si attaccavano alle foglie ormai elastiche e robuste.
Voce e mani, le mani che avevano accarezzato la ghianda, si soffermavano spesso sul tronco, ne solcavano le prime rughe verticali, solleticavano i punti aspri dove iniziava a corrugarsi in placche.
L’ultimo non fu un rinvaso, ma un trapianto. Quello che sentì, quando tre paia di mani la mossero, fu una terra grassa, granellosa, appena umida, con un velo di terriccio sul fondo. Aria vibrante di brevi ore di luce e vento sui rami spogli, percorsi di lombrichi e bruchi, vespe, qualche larva insinuata sotto la corteccia in un coagulo di vita e potenzialità di volo. Quando anche i ragni si riparavano ormai nelle sue fessure, si addormentò.
La svegliò il sole più tiepido sulle prime gemme, le mani, mani diverse, mani paffute, sui rami, il pigro allungarsi di nuovi getti. Era passato un istante, presto avrebbe fatto le prime ghiande.
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Con le ali strappate, di Thomas Lehn
Fanno sesso. Non è una copulazione forzata, né produce piacere. È un’operazione metodica, decisiva, si seguono informazioni chimiche. Pochi secondi per ogni maschio, in volo, poi il prossimo. Lei deve accumulare sperma per i prossimi dieci anni, forse anche venti – se vuole mantenere la sua funzione. Loro, i maschi, moriranno nel giro di poche ore, al massimo qualche giorno; non conosceranno le figlie.
Quando ha finito, lei torna a terra e si strappa le ali – non le serviranno più. Ma prima deve trovare casa. Quella che l’ha ospitata finora la caccia; d’improvviso estranea, esplora il territorio in cui è cresciuta, ma che non ha mai conosciuto. Deve trovare un luogo isolato, umido. S’imbatte in cemento, esseri giganti. Andrebbe bene sotto una pietra, nel legno marcio. Si scontra con travi di acciaio, hanno piccole fessure chiuse, dure, non è possibile scavare gallerie. Fiancheggia un colonnato di ferro battuto e infine, stanca, plana su un bordo argilloso che delimita il perimetro di una zolla di terra, forse venti centimetri. Le basterà. Scava una piccola camera cieca, buio totale. Si sigilla all’interno, la torba garantirà isolamento termico. E protezione dai predatori. Può iniziare a deporre le uova, fecondarle con lo sperma accumulato. Deposita feromoni specifici, decide il destino delle larve: dapprima operaie semplici e generiche, per aprire la colonia, difenderla, procurarsi del cibo. Buttate le fondamenta del suo regno, la formica regina creerà scavatrici, nutrici, guardiane, tutto il necessario a proseguire la propria genia. A meno che, come in questo caso, due mani giganti non decidano di travasare la piantina di nespolo in un recipiente più ampio, eliminando la formica mai-fu regina e quello che avrebbe potuto essere.
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Storia del pothos, di Marianna Rapisarda
Vi siete abituati a vedere il pothos nei vasi, piccoli o grandi, nelle case e negli uffici, per via delle loro proprietà di purificatori naturali dell’aria. Hanno una bella presenza, con le loro foglie larghe, a forma di cuore, dal colore verde brillante e talvolta screziate di giallo. Sono dei rampicanti, ma spesso hanno un portamento ricadente e si adattano all’ambiente con grande facilità.
Potrebbe capitarvi di raccogliere un rametto, risultato di una potatura periodica o di una rottura accidentale.
Allora lo portate in casa, lo mette in acqua più per pietà che per un reale progetto. Pian piano lo vedrete sviluppare delle radici belle grosse e qualche foglia nuova.
Lo pianterete in un vasetto, lo metterete su una mensola o su un davanzale e lo lascerete lì.
Non stupitevi se ad un certo punto striscerà fuori dal suo vaso, tirerà fuori le radici aeree e si arrampicherà sulla cornice della vostra finestra. Le sue foglie possono raggiungere il metro di lunghezza, non sorprendetevi di quei 15 centimetri scarsi che sul momento vi hanno fatto esclamare “mostruosa!”. La monstera è infatti una sua cugina non tanto lontana. Lui non fa differenza tra l’umidità di una foresta e gli schizzi d’acqua del lavello della cucina, si adatterà (lo abbiamo già detto) e conquisterà il suo spazio.
State attenti a ciò che vi portate in casa, non scherzate con la memoria genetica! Pensavate di avere portato una piantina, vi siete ritrovati con un assaggio di giungla.
Tratto da una storia vera:

