Storie oltre l'umano • parte due / 2026
Una delle tappe del laboratorio di narrativa è un modulo dedicato alla scrittura dell’ambiente e del territorio: in questo modulo ci siamo sfidati a scrivere delle storie che non avessero come protagonisti gli umani, e nemmeno degli animali umanizzati. Scrivere storie che, invece, raccontassero di piante, animali, elementi naturali: di seguito ne pubblichiamo tre venute fuori dall’edizione 2026, mentre qui ci sono tutte le precedenti.

Matriarca, di Elisa Barone
Un silenzio inusuale nell’oceano. Il biosonar non rimanda l’eco di un respiro, ma la densità immobile di quattro tonnellate di carne che affondano. Matriarca è ferma.
Un impulso cieco attraversa l’acqua; il pod si stringe. A turno, le femmine infilano il rostro sotto il suo fianco flaccido, figlie e sorelle che spingono Matriarca verso la luce della superficie. La spinta è ritmica, coordinata senza un fischio, governata solo dal contatto della pelle.
I maschi adulti non partecipano. Nuotano ai margini come ombre imponenti e silenziose, emettendo solo di tanto in tanto un suono basso, cupo, testimonianza acustica di un trauma che li spingerà in una depressione profonda.
Il corpo morto non ha spinta idrodinamica; è un peso che consuma l’energia del gruppo. Nessuno si allontana per cacciare. I muscoli delle femmine bruciano nella corrente gelida, mentre l’acqua ora si satura dei loro fischi a bassa frequenza, un coro di stress e dolore collettivo alla ricerca di una risposta impossibile.
All’ennesima spinta, la chimica dell’acqua cambia e i tessuti di Matriarca cominciano a cedere.
La femmina più anziana del pod interrompe il movimento. Si posiziona parallela al corpo che affonda, captandone l’ultimo sapore. Poi, devia la traiettoria. Con un colpo di coda sposta la pressione dell’acqua, si mette in testa alla linea. Emette un fischio modulato, una sequenza di click imperativa.
Il branco esita, avverte il vuoto della vecchia scia, poi si allinea dietro la nuova pinna. Il corpo di Matriarca scivola nell’abisso, mentre la nuova guida riprende la rotta.
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La loro vita, di Giorgia Cacciatore
È stato abbandonato, ma il giardino vive autonomo in una commistione tra piante imposte e naturali, forse grazie ad una falda acquifera, ma nessuno lo sa. Il fiato a pochi centimetri dal suolo soffia in aria una nuvola di terra, il cespuglio accanto rimane immobile al filo di vento che non riesce neanche a tracciare un sentiero per formiche. Il muso ispeziona un altro alito di terra. Guardo in basso, accanto a me si affianca un altro simile e poi un altro e un altro ancora. Siamo quattro musi. Mi abbasso, complici, insieme a me gli altri indagano, ma questo pezzo di territorio è mio, alzo le spalle. In poco più di un attimo il cerchio si allarga. Si spostano e senza troppo intento, indagano. Distrattamente si strusciano sull’erba secca, assorbendo la profumazione aromatica sul pelo. Non piove da più di 6 lune. Il giardino vive sottovoce, si riposa nelle innumerevoli varietà di grigio e marrone, sfoggiando di tanto in tanto a sorpresa un fiore. In basso il terriccio si muove, avvicino il muso, la pancia tocca terra, aspetto. Un lieve movimento si fa strada dal sottosuolo. I primi grumi di terra sono secchi, in ordine arrivano quelli più umidi, sulla superficie si forma un minuscolo pugnetto di piccoli pallini di terra, una forma si sta facendo strada dal sottosuolo. La coda batte. Le orecchie sono quasi dritte. Qualcosa sta germogliando e la curiosità è contagiosa, il cerchio si stringe nuovamente intorno a me. Tutti accovacciati rimaniamo in attesa. È solo un piccolo movimento di terra. Eppure, si è alzato il vento e arrivano le nuvole disperse da mesi. E in pochi istanti fuoriesce una fila di piccolissimi camaleonti perfettamente formati, che senza guardarci vanno dritti per la loro vita.
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Sottoterra, di Alessio Coccia
Negli ultimi istanti riconobbe, o gli parve di riconoscere, la sagoma offuscata dell’uomo. I suoi occhi stanchi non distinguevano che ombre nell’oscurità in cui stava annegando. Riverso sul pavimento, era ormai sul punto di abbandonarsi a un sonno profondo. Improvvisamente, il cuore smise di battere nella casa che lo accolse quando era appena un cucciolo. Allora faceva la pipì ovunque e non stava fermo un attimo. Senza nemmeno rendersene conto, l’uomo era immerso nei ricordi. Accarezzò il suo pelo arruffato e lo prese tra le braccia con delicatezza, quasi avesse timore di sgretolarlo. Poi lo avvolse in un sacco e uscì.
Il rumore del vento gli diede l’impressione che fosse ancora vivo, che stesse in qualche modo cercando di comunicarlo. Adagiò lentamente il sacco nella fossa, sembrava contenere una statua di porcellana. Lo guardò una volta, e un’altra ancora. Alla fine si rassegnò e iniziò a ricoprirlo di terra.
La voce dell’uomo sussurrò qualcosa di inafferrabile. Qualcosa alla quale, stavolta, il cane non avrebbe potuto rispondere.
