A tavola con Gatsby e Dona Flor: un menu letterario

A tavola con Gatsby e Dona Flor: un menu letterario

Che i personaggi dei libri entrino nella vita reale, è un sogno comune a chi legge, per quanto irrealizzabile. Una fantasia decisamente più realistica è invece mangiare quello che mangiano loro: e quale migliore occasione per sperimentare le ricette tratte dei libri ora che passiamo a casa più tempo del solito?

Abbiamo selezionato, da grandi libri, sei brani in cui il cibo ha un ruolo fondamentale, perché diventa il simbolo di un momento di inquietudine o felicità ed è consumato di fronte a qualcuno che si ama.
Prima il salato, poi il dolce.
Buona lettura e buon appetito!

Sostiene Pereira, Antonio Tabucchi: OMELETTE ALLE ERBE AROMATICHE

Alle otto Monteiro Rossi dormiva ancora. Pereira si recò in cucina, sbatté quattro uova, vi mise un cucchiaio di mostarda di Digione e un pizzico di origano e di maggiorana. Voleva preparare una buona omelette alle erbe aromatiche, e forse Monteiro Rossi aveva una fame del diavolo, pensò. Apparecchiò per due nel salotto, stese una tovaglia bianca, mise i piatti di Caldas da Rainha che gli aveva regalato il Silva quando si era sposato e sistemò due candele su due candelieri. Poi andò a svegliare Monteiro Rossi, ma entrò piano nella stanza perché in fondo gli dispiaceva svegliarlo. Il ragazzo era riverso sul letto e dormiva con un braccio nel vuoto. Pereira lo chiamò, ma Monteiro Rossi non si svegliò.

Vi suggeriamo di prendere la ricetta dell’omelette alle erbe aromatiche dal blog di Davide Orecchio, dove troverete anche la storia bellissima e struggente del libro Pranzi d’autore da cui è tratta.

Dona Flor e i suoi due mariti, Jorge Amado: ACARAJÉ CON VATAPÀ

In ogni modo si era sentita lusingata, leggendo sul diploma e sul tabellone, in grosse lettere a stampatello:
SCUOLA DI CULINARIA SAPORE E ARTE
e sotto, in caratteri svolazzanti
Direttrice: Florípedes Paiva Guimarães.
Vadinho, le rare volte che si alzava più presto e rimaneva in casa, girava intorno alle alunne, immischiandosi nelle lezioni di culinaria e disturbandole. Riunite intorno alla maestra, alacri e graziose, le ragazze annotavano le ricette: la quantità esatta di gamberoni, olio di dendê, cocco grattugiato, un pizzico di pepe; imparavano come trattare il pesce, come preparare la carne, come battere le uova. Vadinho interrompeva con una barzelletta a doppio senso sulle uova, e giù a ridere, quelle sfacciate.

C’è l’imbarazzo della scelta tra le leccornie cucinate da Dona Flor. Ne abbiamo scelta una doppia: l’acarajé con vatapà, ossia una frittella di pasta di fagioli ripiena con una salsa molto speciale. Qui trovate la ricetta tratta da La cucina di Bahia di Jorge Amado e sua figlia Paloma.

Moby Dick, Herman Melville: NEW ENGLAND CLAM CHOWDER

– Tellina o merluzzo?
– Cos’è questo merluzzo, signora – dissi io molto garbatamente.
– Tellina o merluzzo? – quella ripeté.
– Una tellina a cena? una tellina fredda: è questo che intendete, signora Hussey? – dissi – ma è un’accoglienza troppo fredda e tellinosa, d’inverno, non vi pare signora Hussey?
Ma avendo gran fretta di riprendere il litigio con l’uomo dalla camicia granata, che l’attendeva sull’ingresso, e non sentendo in apparenza nient’altro che la parola «tellina», la signora Hussey corse a una porta aperta che conduceva in cucina e strillando «tellina per due» scomparve.
– Quiqueg, – dissi – credete che si possa cavare un pranzo per due da una tellina?
Pure, un caldo vapore appetitoso che uscì da quella porta servì a smentire la nostra prospettiva in apparenza tanto poco allegra. Ma quando giunse lo stufato fumante, il mistero venne deliziosamente chiarito. Oh! amici carissimi, ascoltate. Si trattava di piccole telline succose, appena più grosse di una nocciola, miste a gallette peste e a un maiale salato tagliuzzato a pezzettini, il tutto arricchito di burro e abbondantemente condito con pepe e sale. Essendo i nostri appetiti aguzzati dal viaggio nel freddo intenso e in special modo Quiqueg vedendosi innanzi il suo cibo marino favorito, ed essendo questo stufato straordinario, sparecchiammo con grande sveltezza: quando, piegandomi un istante all’indietro e ripensando all’annunzio telline-merluzzo della signora Hussey, mi venne in mente di tentare un piccolo esperimento. Facendomi sulla porta della cucina, pronunziai con enfasi la parola «merluzzo» e tornai a sedere. Dopo pochi minuti di nuovo si diffuse il vapore appetitoso, ma stavolta profumato un po’ diverso, e ben presto avevamo innanzi un buon stufato di merluzzo.
Riprendemmo la bisogna, e mentre cacciavamo i cucchiai nella scodella, io dico tra me e me: chissà se questa roba ha qualche effetto sul cervello?

Su Gastronomia mediterranea trovate non solo la ricetta del celebre New England Clam Chowder, ma anche la storia di come sia nato questo piatto.

Il Grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald: LEMON CAKES

I fiori si rivelarono superflui, perché alle due arrivò una serra intera da parte di Gatsby, con tanto di innumerevoli contenitori dove sistemarla. Un’ora dopo la porta si aprì nervosamente e Gatsby, in completo di flanella bianca, camicia argento e cravatta dorata, fece il suo trafelato ingresso. Era pallido e con i segni scuri dell’insonnia sotto gli occhi.
È tutto a posto?  chiese immediatamente.
Adesso l’erba fa la sua figura, se è a questo che alludi.
Che erba? s’informò con tono assente. Ah, l’erba del giardino.
Guardò fuori della finestra, ma a giudicare dalla sua espressione non credo abbia visto alcunché.
Sì, ha davvero un bell’aspetto, osservò vago. Su un giornale dicevano che dovrebbe smettere di piovere intorno alle quattro. Credo fosse The Journal. Hai tutto quello che occorre per un… per un tè?
Lo condussi nella dispensa dove scrutò con sguardo un poco critico la mia finlandese. Esaminammo insieme i dodici muffin al limone presi in pasticceria.
Andranno bene?
Ma certo, ma certo! Sono stupendi!

Nella versione in lingua originale i dolcetti sono chiamati lemon cakes, quindi abbiamo scelto questa ricetta in versione cupcake. Su Lost Past Remembered trovate, oltre alle indicazioni di cucina, una vasta gallery dedicata al romanzo.

La signora Dalloway, Virginia Woolf: ÉCLAIR AL CIOCCOLATO

Non le piacevano tanto le feste, disse Elizabeth. La signorina Kilman aprì la bocca, protese il mento leggermente in avanti, e inghiottì il resto del bignè, poi si pulì le dita, e rimescolò il tè nella tazza.
Stava per scoppiare, lo sentiva. L’angoscia era tremenda. Afferrarla, abbracciarla, farla sua completamente, per sempre, e poi morire; ecco quello che voleva. Ma starsene lì seduta, incapace di pensare a che altro dire, vedere Elizabeth che si allontanava da lei, sentire che anche lei la trovava ripugnante – era troppo. Non poteva sopportarlo. Le dita grosse si curvarono, si torsero all’indietro.
– Io non vado mai alle feste – disse la signorina Kilman, giusto per impedire a Elizabeth di andarsene.

La ricetta degli éclair al cioccolato, una sorta di bignè oblunghi, è tratta da The Little Library Cafè, che vi suggeriamo di esplorare a fondo perché raccoglie moltissime ricette tratte dai libri.

Dalla parte di Swann, Marcel Proust: MADELEINE

Già da molti anni, di Combray, tutto ciò che non fosse il teatro o il dramma del mio andare a dormire, non esisteva più per me, quando un giorno d’inverno, come rientrai in casa, mia madre accorgendosi che avevo freddo mi propose di farmi bere, contro le mie abitudini, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi non so perché cambiai idea. Lei mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che vengono chiamati «petites madeleines», che sembrano stampati nella valva incavata di una conchiglia di Saint-Jacques. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata tetra e dalla prospettiva di un domani triste, portai alle labbra un cucchiaino di tè dove avevo lasciato ammorbidire un pezzetto di madeleine. Ma nell’istante stesso in cui il sorso di tè, frammisto a briciole di dolce, toccò il mio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che mi stava accadendo. Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza ne sapessi la ragione. Mi aveva reso immediatamente indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi guasti, illusoria la sua brevità, allo stesso modo in cui agisce l’amore, riempiendomi di un’essenza preziosa: o piuttosto quell’essenza non era in me, era me stesso. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove poteva venirmi questa immensa gioia?

Su The Guardian trovate la ricetta ma anche tutti i segreti per sfornare delle perfette madeleine.

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