Harlem, il basket e la rivoluzione afroamericana: «Sulle spalle dei giganti» di Abdul-Jabbar

Harlem, il basket e la rivoluzione afroamericana: «Sulle spalle dei giganti» di Abdul-Jabbar

di Carmela Fabbricatore

Considerando tutte le cose che sono state dette della Harlem degli anni Venti e Trenta, sarebbe facile darne una versione romanzata, dipingendola come il set di uno stravagante musical, pieno di spumeggianti melodie jazz e popolato da un allegro cast di sbronzi ottimisti che cantano e ballano. Ma sarebbe un quadro semplicistico della lotta che stava in realtà avvenendo ad Harlem, una lotta per la sopravvivenza che avrebbe fatto la storia.

«Sulle spalle dei giganti», Kareem Abdul-Jabbar

Oltre ad essere stato uno dei più grandi giocatori della storia della pallacanestro, Kareem Abdul-Jabbar è anche una delle più autorevoli voci contemporanee in tema di politica, integrazione e libertà negli Stati Uniti.

Dietro quella lunga lista di top record, (tra cui il primato, a tutt’oggi imbattuto, di 38.387 punti guadagnati nel trentennio di attività 1969-1989) si cela un uomo dall’imponente spessore culturale, attivista e grande divulgatore della cultura afroamericana.

Ce ne ha parlato Francesco “Kento” Carlo, nell’appuntamento di marzo del gruppo di lettura Casa d’altri, dedicato proprio a Kareem Abdul-Jabbar e al suo libro Sulle spalle dei giganti. La mia Harlem: basket, jazz, letteratura, scritto a quattro mani con Raymond Obstfeld.

A metà strada tra memoir e saggio, l’opera di Abdul-Jabbar ci accompagna alla scoperta della Harlem Renaissance, quel movimento artistico-culturale che, partendo proprio dall’omonimo quartiere di New York, tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento ha forgiato l’immagine dell’afroamericano moderno. Artisti, musicisti, scrittori, filosofi rivendicarono la propria dignità e libertà espressiva, esplorando i legami storici con l’Africa e celebrando la cultura emersa dalla schiavitù, in aperta polemica con l’attitudine razzista e il paternalismo dei bianchi d’America.

Tanti sono stati i protagonisti della Renaissance e altrettante le declinazioni del movimento: dalle riflessioni filosofiche di attivisti politici come W.E.B Du Bois, James Weldon Johnson e Marcus Garvey, alla letteratura affilata di Langston Hughes e Zola Neale Hurstron, fino ad arrivare alla rivoluzione ritmica infiammata dai colossi della jazz age come Miles Davis, John Coltrane ed Ella Fitzgerald. È proprio sulle spalle di questi giganti che si poggeranno, qualche anno dopo, i più famosi leader carismatici delle battaglie per i diritti civili come Martin Luther King Jr. e Malcom X. Ed è su quelle stesse spalle che anche Kareem Abdul-Jabbar si eleverà, lasciandosi guidare dalle più grandi personalità della Renaissance nella sua formazione di uomo e di sportivo. Tra queste, un posto speciale nel suo cuore l’avranno i New York Renaissance Big Five, meglio conosciuti come «Rens», otto giovani cestisti neri di Harlem, le cui vicende sono entrate nella leggenda: nonostante le politiche segregazioniste e la forte intolleranza verso gli atleti neri, nel 1939 i Rens riuscirono nell’epica impresa di vincere il primo campionato mondiale di pallacanestro professionistica, sconfiggendo la squadra di soli bianchi degli Oshkosh All-Stars. E se la pallacanestro è ancora oggi un palcoscenico internazionale dal quale demolire gli stereotipi razziali, lo si deve principalmente a loro.

Lo slancio e la passione con cui Kareem ci trascina nelle sue esperienze desta un fascino che non lascia indifferenti i lettori, primo tra tutti Kento, che coglie i numerosi spunti offerti dal testo per coinvolgerci nel racconto della sua Harlem, esplorata più e più volte per lavoro e per diletto. È proprio durante una di queste visite che scopre Sulle spalle dei giganti, quasi casualmente, nel suo bookshop di fiducia. Era il 2009 e il libro non era stato ancora pubblicato in Italia. Kento ci ha raccontato di come si sia poi ritrovato seduto al tavolo di un caffè intento a voltare una pagina dopo l’altra, affamato di Harlem, della voglia di compenetrarsi in quel luogo mistico che in qualche modo gli appartiene e da cui tutto ha avuto origine: la rivoluzione, il jazz, il basket, il blues, la lotta, il rap, le barre, questa volta le sue.

È facile perdersi tra le decine di personalità che hanno plasmato il rinascimento afroamericano. Ci si sente quasi smarriti di fronte all’abbondanza di nomi, date, opere. Il libro di Abdul-Jabbar ci viene incontro, disegnando quella che Kento definisce una vera e propria mappa di comunità. Ripercorrendo le tappe del movimento, siamo spinti a stabilire connessioni e mettere in dialogo personaggi e luoghi apparentemente lontani tra loro, maturando consapevolezze sulla rilevanza che ciascuno ha avuto nel proprio campo. Man mano che proseguiamo nella lettura diamo organicità e coesione ad una civiltà che per anni abbiamo assorbito in maniera frammentata e occasionale dai riferimenti della cultura di massa, evidentemente sopraffatti dalla supponenza intellettuale di cui si vanta la civiltà dominante del nostro tempo. Forse è proprio in questo che risiede il più grande pregio del libro. La portata dell’intenzione lascia in secondo piano considerazioni sullo stile o sulla qualità della narrazione.

Vi è poi una certezza che anima tanto Kento quanto l’intero gruppo di lettura, ovvero che l’eredità della Harlem Renaissance è molto pesante e ha generato un’onda lunghissima che a tutt’oggi continua a propagarsi, in una sorta di incessante passaggio di testimone tra generazioni di afroamericani. Lo stesso Kareem Abdul-Jabbar, nella sua veste di campione sportivo, si colloca al centro di questo processo, fungendo da ponte tra l’era di Muhammad Alì e quella di Micheal Jordan. Forse più sottovalutato rispetto agli altri due (anche per l’assenza di quell’attitudine arrogante e irriverente che tanto piace ai riflettori del mainstream) la sua impronta è stata incisiva ed elegante, come il suo gioco.

Dalla Harlem di Kareem, passando per la Harlem di Kento, giungiamo infine alla nostra Harlem, quella che ci portiamo dietro dopo aver fatto tappa in questo luogo dell’anima, mistico e quantomai vivo, che cerca di sopravvivere strenuamente al turismo di massa. Ma non tutto è perduto. Pare infatti che, se ci si avventura per le strade secondarie, è ancora possibile imbattersi in qualche predicatore che durante la messa gospel invita i nuovi arrivati bianchi a non sentirsi estranei, a prendere parte al gruppo, senza esitare, a farsi avanti, a raccogliere lo spirito delle genti di Harlem. Una preziosa testimonianza, questa, che fa tornare alla mente alcune parole lette nel libro:

Se la Harlem Renaissance ci ha insegnato qualcosa è a guardare ai suoi protagonisti come esseri umani e non come icone di colore. A meravigliarci del fatto che, a volte, gli esseri umani riescono a tradurre in parole il caos di passioni, frustrazioni e speranze che noi tutti serbiamo per il futuro e a far sì che quelle parole riecheggino per sempre, non solo nei polverosi tomi di storia, ma soprattutto nei nostri cuori.

Carmela Fabbricatore ha due vite. Nella prima si occupa di sostenibilità e sviluppo nel settore del packaging. Nella seconda, si dedica alla letteratura e alla progettazione culturale. Lettrice di Casa d’altri e corsista minimum lab, crede nel potere terapeutico dei libri.

Casa d’altri è il gruppo di lettura di minimum fax dedicato ai libri pubblicati dalle altre case editrici. Il prossimo appuntamento è mercoledì 5 maggio con Elisa Cuter e la Sonata a Kreutzer di Lev Tolstoj. Qui trovi il diario degli incontri.

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