Il potere, la parola, la libertà: «Il racconto dell’ancella» di Atwood

Il potere, la parola, la libertà: «Il racconto dell'ancella» di Atwood

di Silvia Penso

Era così che si viveva allora? Vivevamo di abitudini. Come tutti, la più parte del tempo. Qualsiasi cosa accada rientra sempre nelle abitudini. Anche questo, ora, è un vivere d’abitudini. Vivevamo, come al solito, ignorando. Ignorare non è come sapere, ti ci devi mettere di buona volontà.

«Il racconto dell’ancella», Margaret Atwood

Margaret Atwood è la scrittrice di Il racconto dell’ancella, scelto da Gaja Cenciarelli per l’ultimo incontro di lettura di Casa d’altri.
Poetessa, critica letteraria e vincitrice di numerosi premi in riconoscimento dei suoi successi, ha sempre avuto un ruolo attivo nella società come attivista e femminista. Forse è anche da questo impegno che nel 1985 nasce Il racconto dell’ancella. Romanzo distopico, ma così tanto ancorato al nostro presente, che narra l’instaurarsi negli Stati Uniti di un regime totalitario, strutturato sul potere maschile e sulla divisione delle donne in caste: le mogli relegate a figure senzienti del focolare, le ancelle passive portatrici del dovere della maternità, costrette a procreare e a mantenere la discendenza della classe dominante.

Con un argomento così scottante, è chiaro che il dibattito durante l’incontro si sia incentrato per prima cosa sul tema sempreverde della posizione della donna nella gerarchia sociale, sul cambiamento, o meno, dei ruoli sessuali, sulle politiche di gender. L’identificazione ha giocato le sue carte e influenzato la discussione. Tanto che, come spesso accade accalorandosi su concetti tanto rilevanti, forse si è perso il focus del libro, rischiando di trascendere il senso delle divergenze incorse, che non erano contro le tematiche in sé, ma contestavano l’importanza sostanziale di quelle tematiche in seno alla storia. Così, come alcuni lettori hanno fatto notare per primi, ma trovando credo concordi i più – diaspora scongiurata – lo spirito del romanzo non si fonda solo sulla dicotomia uomo-donna, sebbene tale questione sia fortemente presente per una querelle in tal senso.

Il nucleo significativo del libro, a mio avviso, non riguarda unicamente il modello organizzativo congeniale ai vertici, ma le dinamiche del potere e la facilità con cui il potere, tramite la coercizione, annulli il diritto alla libertà in ogni sua forma, fisica, di parola, di pensiero. E senza questo l’uomo è niente. Sfocia nel non essere.
E così la protagonista, su uno sfondo che percepiamo grigio, più che camminare sembra fluttuare nelle vesti rosso carminio dell’ancella, ha le sembianze e lo spessore del fantasma, atmosfera e tempo sembrano sospesi, rarefatti, inconsistenti. Come la volontà. Solo quando ricorda, Offred l’ancella, riprende i contorni, di un carattere, di una vita, di sentimenti provati, ora nascosti.

È lo stile a rendere il ritmo, asciutto, ispido, le parole vengono date come scaglie, lanciate una per volta, sincopate. Uno stile che dà forma a uno stato d’animo, rinsecchito come l’interiorità della protagonista, che combatte per tenere a galla qualcosa dell’identità, che combatte la noia, la devastazione della perdita.

Il libro è piaciuto quasi a tutti. Perché? Forse perché la storia che racconta assomiglia a qualcosa che potrebbe accadere in ogni momento e ovunque. Frana il nostro positivismo, l’idea installata in noi che le democrazie occidentali siano al riparo da ogni totalitarismo. Convinzione prodotta da una parte dall’abitudine delle ultime generazioni a vivere nella sicurezza e con la certezza di una libertà che si crede conquistata una volta per tutte, dall’altra dall’esperienza passata, che ha visto l’Europa protagonista e vittima delle dittature del novecento.
Il libro porta alla luce il nostro dubbio, che quanto già accaduto in passato, la perdita della parola, la censura, la sopraffazione del potere, possa tornare in altre forme e modi, al di là dell’organizzazione esteriore, della tipologia di regime che potrebbe instaurarsi. Il nostro coinvolgimento con la storia dell’ancella ha a che fare con la consapevolezza che nessuno è al sicuro e che la libertà va protetta. Che è un bene prezioso e se non siamo in grado di leggere i cambiamenti del vissuto, i piani in evoluzione della realtà, come nel romanzo, possiamo perdere il privilegio dell’indipendenza con facilità. Così, la Atwood ci mostra nel libro il passaggio celere dalla normalità, così simile alla nostra, il lavoro, l’università, le uscite tra amici, l’amore, il divorzio, ad una realtà altra, divenuta inscalfibile in pochissimi passaggi. Il mondo dei protagonisti è cambiato, capovolto, senza che riuscissero ad averne coscienza.
Credo ci sia una domanda che percorre il testo senza porsi e che il romanzo non approfondisce, una domanda sospesa, intrinseca al testo, stupita dall’impossibilità del ritorno: come si è arrivati a tutto ciò? Come è potuto accadere? Risposta non c’è.

Ci sono tanti piani di lettura ne Il racconto dell’ancella e spunti di discussione. Uno riguarda la falsità della dittatura instaurata, ma anche di ogni dittatura direi, che nasconde il piacere del potere, del possesso del potere, dietro bugie fanatiche come la protezione della donna, la liberazione della stessa dai pericoli e dai crescenti stupri che avvenivano nella precedente società libera. Ma come può una donna (o chiunque) sentirsi protetta se non viene trattata come essere umano, se diventa oggetto? E così, mentre questo potere denuncia le violenze passate, in realtà reitera quelle violenze facendole divenire norma, progetto, stupro programmatico. E ciò che stupisce e indigna è il ruolo giocato dalle donne nella creazione di questo nuovo mondo contro le donne.

Accanto alla mortificazione del corpo ecco poi la mortificazione della parola, rubata, censurata, uccisa. Se una cosa non la puoi chiamare non esiste. La parola è centrale nel racconto in termini di privazione della stessa. Così la scrittura. Del resto, non serve la distopia, la storia ci insegna che le dittature per sopravvivere si alimentano di questa sottrazione: della libertà attraverso l’eliminazione della parola, dei libri, dello spirito critico, nostro baluardo dell’essere umani contro l’inumano che così tanto percorre le righe del libro. Il romanzo è un microcosmo di tutte queste sottrazioni e perdite, tra cui su tutte la perdita della dignità. Nel finale anacronistico, della Repubblica di Gilead restano una pagina di storia e un’analisi aprioristica svolta nel futuro. Quel tipo di società, potremmo pensare, non esisterà più. O invece la Atwood ha annusato qualcosa che si chiama spirito dei tempi e che certi scrittori hanno la sensibilità e l’empatia di annusare per primi?

Silvia Penso è nata e vive a Roma. Ha studiato letteratura e cinema all’università e lavorato alcuni anni come editor e correttrice di bozze per piccole case editrici. Attualmente lavora nella comunicazione. Ha pubblicato due racconti ed ha appena terminato il suo primo romanzo. È una lettrice di Casa d’altri.

Casa d’altri è il gruppo di lettura di minimum fax dedicato ai libri pubblicati dalle altre case editrici. Il prossimo appuntamento è mercoledì 20 gennaio con Danilo Soscia e i Racconti di Daniele Del Giudice. Qui trovi il diario degli incontri.

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