Tradurre è accettare una sfida: Chiara Rea e Stefano Friani raccontano

Tradurre è accettare una sfida: Chiara Rea e Stefano Friani raccontano


Che cosa significa tradurre? Abbiamo chiesto a Chiara Rea e Stefano Friani di spiegarcelo partendo dai libri che li hanno messi alla prova ma cui, proprio per questo, sono particolarmente legati.

Chiara Rea e I vivi al prezzo dei morti di René Frégni

J’ai observé les oiseaux une bonne partie de la journée. Un couple de verdiers sous une pluie battante, les ailes et la queue soulignées au pinceau d’un jaune bouton d’or, puis une troupe de pinsons, capuchon gris, poitrine orangée. Ils déchirent de leurs becs les fruits du pyracantha. Leurs têtes rondes roulent à près de trois cent soixante degrés. Un fruit, un coup d’oeil. Aussi colorés que vigilants et vifs. Sans cesse aux aguets.
Le plus goulu est le simple moineau. Il saccage tout avec désinvolture. En quelques secondes il détruit toute une grappe. C’est le voyou des haies. Le moins éclatant de tous, le plus gris, mais quel pirate, quelle arrogance. On dirait qu’il ne craint ni le furet ni le chat, il chaparde, déchire, avale, rejette. Il s’empiffre ! Il est sans doute le plus rond de tous. C’est moi, c’est nous, quand nous avions quinze ans, dans ce quartier écarté de Marseille. Chez nous partout, comme les rois et les voleurs. Nous étions gris, débraillés, solaires. Nous faisions main basse sur tout. Soudain le moineau fuse, il va dévaster le buisson suivant.

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Ho osservato gli uccelli per buona parte della giornata. Una coppia di verdoni sotto la pioggia battente, le ali e la coda evidenziate da una pennellata color giallo ranuncolo, poi uno stormo di fringuelli col cappuccio grigio e il petto arancione. Con i becchi strappano le bacche della piracanta. Le loro teste tonde ruotano di quasi trecentosessanta gradi. Una bacca, un’occhiata. Tanto colorati quanto vigili e vivaci. Perennemente in agguato.
Il più ingordo è il semplice passero. Saccheggia tutto con disinvoltura. È capace di distruggere un grappolo intero in un secondo. È il delinquente delle siepi. Il meno vistoso di tutti, il più grigio, ma che pirata, che arrogante. Si direbbe che non tema né gatti né furetti. Rubacchia, strappa, ingoia, risputa. Si rimpinza! È senza dubbio il più tondo di tutti. Sono io, siamo noi quando avevamo quindici anni, in quel quartiere alla periferia di Marsiglia. A casa ovunque, come i re e i ladri. Eravamo euforici, sguaiati, radiosi. Facevamo man bassa di qualsiasi cosa. All’improvviso il passero schizza via, va a devastare un altro cespuglio.

René Frégni
Les vivants au prix des mort, Gallimard, 2017
I vivi al prezzo dei morti, Jimenez 2019


Ho scelto questo brano perché mi sembra che rappresenti perfettamente lo stile di questo autore e le sue atmosfere: sempre in bilico tra la tenerezza e la violenza, tra la purezza e la corruzione. In questo romanzo di Frégni le descrizioni dello splendido paesaggio provenzale e della natura sono importanti tanto quanto le azioni dei personaggi e le loro motivazioni. E l’osservazione di un uccellino apparentemente innocente può farci ricordare come bene e male siano sempre compenetrati.
Dal punto di vista della traduzione – oltre al gusto di scoprire la terminologia relativa al mondo vegetale e animale – la sfida è stata riuscire a rendere questa compresenza di delicatezza e efferatezza.

Chiara Rea è tra i docenti del laboratorio di traduzione, in particolare del modulo dedicato al mestiere del traduttore.


Stefano Friani e Ruote di John McGahern

Grey concrete and steel and glass in the slow raindrip of the morning station, three porters pushing an empty trolley up the platform to a stack ofgrey mail-bags, the loose wheels rattling, and nothing but wait and watch and listen, and I listened to the story they were telling.
‘Seven-eighths of his grave he’d dug in that place down the country when they went and transferred him up on promotion.’
‘Took to fishing out beyond Islandbridge, bicycle and ham sandwiches and a flask of tea, till he tried to hang himself from a branch out over theriver, but the branch went and broke and in he fell roaring for help.’
‘No use drowning naturally if you’d meant to hang yourself in the first place.’
‘Think there’s any chance they’ll have him up for attempted whateveritis?’
‘Not nowadays – they’ll give him a six-month rest-cure in the Gorman on full pay.’
They’d filled the trolley, the smile dying in the eyes as they went past, the loose wheels rattling less under the load, the story too close to thelikeness of my own life for comfort though it’d do to please Lightfoot in the pub when I got back.
‘Looked at with the mind, life’s a joke; and felt, it’s a tragedy and we know cursed nothing,’ he’d said last night over pints of Guinness.
Flush of tiredness in my face after the drinking, the jug of water by the bed had been no use, rough tongue, dry roof of mouth, dull ache and throb ofthe poison along the forehead and on all the nerves, celebrating this excursion home; and always desire in the hot tiredness, the dull search aboutthe platform for vacancy between well-fleshed thighs: may I in my relax-sirs slacks (Hackney, London) plunge into your roomy ripeness and forget present difficulties?

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Cemento grigio, acciaio e vetro nella pigra acquerugiola della stazione al mattino, sulla banchina tre portantini spingevano un carrello vuoto verso una catasta di sacchi postali grigi, le ruote allentate sferragliavano, e non c’era nient’altro se non aspettare e guardare e ascoltare, e io ascoltavo la storia che stavano raccontando.
«Si è bello che scavato sette ottavi di fossa laggiù in campagna dove l’hanno trasferito per la promozione.»
«Aveva preso ad andare a pesca oltre Islandbridge in bicicletta, con dietro sandwich al prosciutto e thermos di tè, finché non ha provato a impiccarsi su un ramo sopra il fiume, solo che il ramo s’è spezzato e lui c’è caduto dentro chiamando aiuto.»
«Che senso ha affogarsi in modo naturale se uno parte con l’idea di impiccarsi.»
«Pensi che gli daranno una pena per tentato comesi-chiama?»
«Non di questi tempi, gli daranno massimo un sei mesi di riposo forzato al Gorman con tutto lo stipendio.»
Avevano riempito il carrello, il sorriso che gli moriva negli occhi mentre mi superavano, le ruote allentate che sferragliavano un po’ meno sotto al carico, la storia troppo vicina alla realtà della mia vita per darmi un qualche conforto, ma a Lightfoot avrebbe fatto piacere sentirla quando sarei tornato al pub.
«Se ci ragioni con la testa, la vita è una buffonata; ma se la senti, allora è una tragedia e non ne sappiamo un beato accidente» aveva detto la scorsa notte davanti a qualche pinta di Guinness.
Vampe di calore su una faccia stanca dopo la bevuta, la caraffa d’acqua accanto al letto non era servita a niente, lingua ruvida, secchezza delle fauci, un dolore sordo e il martellare del veleno lungo le tempie e su per i nervi, si celebrava la mia gita verso casa; e poi sempre quel desiderio fisso nella stanchezza bollente, la ricerca monotona di un posto vuoto vicino a un paio di cosce ben tornite sulla banchina: Potrei accomodare su di lei i miei pantaloni da passeggio (presi a Hackney, Londra) affondando nelle sue confortevoli morbidezze per dimenticare le difficoltà del presente?

John McGahern
Wheel da The Collected Stories, Vintage International Edition, 1994
Ruote da Cose impossibili di tutti i tipi, Racconti Edizioni, 2020

Siccome anche agli esami, puntualmente, finiva che andavo a parare, quasi pilotando la conversazione, sulle parti più ostiche, proprio lì dove traballavo su un terreno infermo, allora quando mi hanno chiesto un argomento a piacere riguardo alla traduzione di Cose impossibili di tutti i tipi di John McGahern per me è stato impossibile non dirottare il tutto verso uno degli incipit più belli e che più mi ha dato grattacapi: quello di Ruote (Wheels nell’originale).
Compiuta questa piccola autodafé che mi consegna al boia, cerco di mettere ordine nei pensieri su cosa abbia significato tradurre questo libro per me.

Parlandone a suo tempo con Philip Ó Ceallaigh – durante un viaggio su un treno regionale piemontese accanto a dei ragazzini che fumavano erba (molta invidia) e si nascondevano dal controllore (meno invidia) –, lui sosteneva che fosse tutto considerato una traduzione comoda visto che McGahern è un narratore «onesto» che stilisticamente non avrebbe dovuto presentare grandi insidie. In realtà, il libro si è rivelato una brutta gatta da pelare, un po’ per certe irishries con le quali combattere ma anche e soprattutto per un gergo tecnico, fra cantieri e pesca e botanica e coltivazioni, tutta roba col quale uno di città col rifiuto hegeliano della natura e la praticità di un joypad del Dreamcast ha poca familiarità. Non mi ricordo dove, ma sicuramente a scuola, avevo letto di un maestro che andando a insegnare in campagna si era sobbarcato l’ingrato compito di apprendere tutta la nomenclatura di fiori e alberi e piante per non fare figuracce di fronte agli alunni. Non poteva dimostrare di saperne meno di loro. Ecco, per chi scrive invece un albero è un albero e un fiore pure.

Per tradurre McGahern e prim’ancora per selezionare i racconti che avrebbero composto Cose impossibili di tutti i tipi c’è stato poi da studiare, perché da noi il Čechov irlandese, come lo definiscono, era stato pubblicato poco e a singhiozzi. Due libri Einaudi negli anni ’90, Moran tra le donne e Il pornografo, e The Dark per minimum fax più di recente. Un autore che è considerato il più importante in Irlanda dai tempi di Beckett andava trattato con tutti i riguardi del caso, e spero di averlo fatto. Nella sua opera i luoghi e alcuni personaggi ritornano e così anche nella raccolta il lettore attento ritroverà voci e consuetudini che ha già conosciuto, angoli che visiterà di nuovo, storie che arriveranno da altre bocche. Persino alcune strutture e certe parole ritornano; e bisogna farci caso.

C’è un aneddoto che racconto spesso e riguarda una mia ex che studiava traduzione all’università. Tornava spesso al borgo natio, e una volta un tale, un estraneo, le chiese di cosa si occupava. Sentita la risposta partì un lunghissimo equivoco, una vera conversazione fra sordi: Ah, quindi ti occupi di trasferire i detenuti da un carcere all’altro? L’aveva scambiata per un’agente della polizia penitenziaria. Ma in effetti l’ignaro non ci era andato tanto lontano: tradurre letteratura da una lingua all’altra significa portare questi reclusi fatti di parole da un sistema giudiziario a un altro, magari cercando però di allentargli un po’ i ceppi e chissà magari farli persino evadere.
Spero insomma che i racconti di McGahern circolino come uomini liberi nella nostra lingua – finché i dpcm glielo consentono, ovvio.

Stefano Friani è tra i docenti del laboratorio di traduzione, in particolare del modulo dedicato al mestiere del traduttore.

QUI trovi il programma completo del laboratorio di traduzione.

[La foto di copertina è di Jukan Tateisi da Unsplash]

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